L'edicola digitale delle riviste italiane di arte e cultura contemporanea

::   stampa   ::   Invia
  ::   playlist   ::   Commenti

Juliet Anno 29 Numero 143 giugno-luglio 2009



Fare mondi alla 53a Biennale

Luciano Marucci



Art magazine


Giugno 2009, n. 143



* Copertina di James Rielly

* Biennale: intervista a Beatrice&Beatrice, di Francesca Agostinelli

* Fare mondi alla 53a Biennale di Luciano Marucci

* Daniele Puppi, di Giovanna Felluga

* NathalieDuisberg, di Rosanna Fumai

* “FVG”, di Francesca Agostinelli, 4° puntata

* Boresta su Foresta, di Pino Boresta

* Marcello Jori, di Paola Consorti

* Ritratto da Milano, di Luca Carrà

* Ritratto da Trieste, di Fabio Rinaldi

* Ritratto da Torino, di Simona Cupoli

* Rubrica di Vegetali Ignoti

* Rubrica di Angelo Bianco

* Notiziario Spray

ecc., ecc.

ARTICOLI DAGLI ALTRI NUMERI

Biennale Marrakech
Emanuele Magri
n. 168 giugno-luglio 2014

Andreas Zingerle
Gianluca Ranzi
n. 167 aprile-maggio 2014

Brigitte Vincken
Jonathan Turner.
n. 166 febbraio-marzo 2014

Carlo Fontana
Giulia Bortoluzzi
n. 165 dicembre 2013-gennaio 2014

Karlsruhe ZKM
Emanuele Magri
n. 164 ottobre-novembre 2013

Jacopo Prina
Alessia Locatelli
n. 163 giugno-luglio 2013


Marco Cingolani
“La stufa dei papi” 2009
olio su tela, cm 280x400
courtesy dell’artista

Alessandro Pessoli
“Picpoket” 2008
olio e smalti su tela, cm 50 x 30
courtesy Anton Kern Gallery, New York

Grazia Toderi
“Orbite Rosse” 2009
doppia proiezione video, loop, cm 370x1000, particolare
opera realizzata per la 53a Biennale
courtesy dell’artista

Fra le delusioni provocate dalla recessione economica e dai tagli finanziari alla cultura, consola constatare che la 53° Biennale d’Arte di Venezia non dà segni di cedimento, anzi, stando agli annunci, è in espansione. La Serenissima, dunque, resta tale, ignorando i terremoti che altrove impediscono o limitano i programmi. A prescindere dai risultati, almeno nella città lagunare, grazie alla necessità di incentivare l’invadenza... turistica e alle adesioni dei Paesi ospitati che desiderano relazionarsi se non altro per promuovere ideali e convivenza pacifica, l’arte resiste e ha perfino l’ambizione di costruire un futuro migliore. Ci auguriamo che le previsioni si avverino e che non ci siano né pesanti condizionamenti politici, né sprechi di risorse in rapporto alle normali aspettative. Indubbiamente sono giustificate le spese per la razionale utilizzazione delle sedi storiche destinate alle attività culturali continuative. Ci riferiamo al Padiglione Internazionale dove sarà sistemata in permanenza la Biblioteca dell’ASAC (Archivio Storico delle Arti Contemporanee) che riapre, dopo dieci anni, con il nuovo arredo di Tobias Rehberger (bar-ristorante), Massimo Bartolini (attività educational), Rirkrit Tiravanija (bookshop); a Palazzo Ca’ Giustinian (ristrutturato) che tornerà a essere la sede ufficiale della Biennale, “luogo di relazione con la città e di attrazione per incontri e manifestazioni” con “spazi per una aperta frequentazione di cittadini e visitatori”.
Va rilevato che in questi ultimi anni la manifestazione, tra le più consolidate e prestigiose del pianeta, aveva mirato alla internazionalizzazione introducendo importanti innovazioni e, sotto questo aspetto, raggiunto un buon livello. Proseguendo su tale linea, la direzione è stata affidata a un altro straniero, il 46enne svedese Daniel Birnbaum (il più giovane della storia della Biennale Arti Visive) che ha al suo attivo un curriculum legato alle attività artistiche più vive del contemporaneo. Dal 2001 è rettore della Staedelschule di Francoforte (“Accademia che concilia l’insegnamento dell’arte contemporanea con la sperimentazione e la ricerca creativa”) e dirige il Portikus, spazio espositivo dell’Accademia stessa. Nel suo lavoro è assistito da Iochen Volz (organizzatore artistico) e da un team internazionale di corrispondenti: Savita Apte, Tom Eccles, Hu Fang, Maria Finders.
Ma entriamo nel merito. Il titolo dell’evento, Fare Mondi / Making Worlds, in fondo esprime un concetto sempre proclamato in difesa dell’arte che non riesce a dare risposte tangibili e immediate. Tuttavia, riproporlo quando si avverte una caduta di valori, non sa di retorica.
Coerente e condivisibile il principio affermato con chiarezza di non assoggettare l’oggetto creativo alle regole di mercato, come talvolta scopertamente avvenuto in passato, anche se ciò, in buona misura, è praticamente inevitabile. Per l’ideatore Fare Mondi “esprime il desiderio di sottolineare il processo creativo. [...] è una mostra guidata dall’aspirazione ad esplorare i mondi intorno e davanti a noi. Riguarda possibili nuovi inizi [...]”. Egli parla di ritorno alla pittura, ma nella sua accezione più ampia, senza porre limiti alle tecniche espressive. Al Festival Arte Contemporanea di Faenza dell’aprile scorso ha precisato che vuol essere un luogo di sperimentazione e di moltiplicazione di significati in cui “fare un mondo” può essere un re-making per una evoluzione. Ha aggiunto che questa è una Biennale intergenerazionale che comprende anche artisti scomparsi, perché il presente si comprende e si arricchisce attraverso il passato, e che le contaminazioni sono importanti per il dialogo e la scoperta di nessi.
In totale gli artisti dell’esposizione internazionale saranno circa novanta, provenienti da trenta nazioni. Le loro realizzazioni verranno dislocate ai Giardini, all’Arsenale (ben 14.000 mq) e nel Giardino delle Vergini. Offriranno uno sguardo globalizzato, soprattutto su Europa e Asia, con dipinti, installazioni, poesie e film. Tra essi alcuni grandi autori che, secondo il curatore, hanno avuto il merito di influenzare l’arte del futuro: il polacco Cadere, il cinese Chen Zhen, l’italiano Gino De Dominicis, lo svedese Öyvid Fahlström, il Gruppo Gutai, gli americani Gordon Matta Clark e Joan Jonas, il tedesco Blinky Palermo, la brasiliana Lyga Page. Solo nove gli italiani: oltre al citato De Dominicis, Rosa Barba, Massimo Bartolini, Simone Berti, Lara Favaretto, Alessandro Pessoli, Michelangelo Pistoletto, Pietro Roccasalva, Grazia Toderi. Sorprende l’esclusione di Maurizio Cattelan, giacché Birnbaum due anni fa al Portikus presentò, con successo, la sua Frau C. Ma il nostro imprevedibile ‘monello’ rientrerà dalla finestra del padiglione dei Paesi Nordici e siamo curiosi di scoprire come si produrrà.

Tra le curiosità: la parata del musicista Arto Lindsay che toccherà le diverse sedi espositive, le lezioni pubbliche sul linguaggio dal titolo Key Word School del cinese Xu Tan, i reading di poesia del Moscov Poetry Club che coinvolgerà poeti di chiara fama. Quindi, non mancheranno le contaminazioni tra le arti che dovrebbero assicurare il carattere interdisciplinare.
Per la rappresentanza italiana, organizzata dal Ministero per i Beni e le Attività culturali con la Parc, il Ministro Bondi ha nominato commissari Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice i quali hanno invitato venti artisti in COLLAUDI 1909-2009. Omaggio a Filippo Tommaso Marinetti: Matteo Basilé, Manfredi Beninati, Valerio Berruti, Bertozzi & Casoni, Nicola Bolla, Sandro Chia, Marco Cingolani, Andrea Costa, Aron Demetz, Roberto Floreani, Daniele Galliano, Marco Lodola, Masbedo (Jacopo Bedogni e Nicolò Masazza), Gian Marco Montesano, Davide Nido, Luca Pignatelli, Elisa Sighicelli, Sissi, Nicola Verlato, Silvio Wolf. Essi beneficeranno dell’ampliato spazio alla Tese delle Vergini, ufficialmente divenuto Padiglione Italia, passato da 800 a ben 1800mq. Un nuovo ponte lo collegherà al Sestiere di Castello agevolando i visitatori. A proposito delle scelte, B & B hanno precisato: “Non è una semplice selezione di artisti ma una vera e propria mostra, che risponde a un tema specifico, a un concept. Punto di partenza è l’omaggio a Filippo Marinetti, che di Collaudi è il nume tutelare. È la vitalità del presente che ci interessa del Futurismo, prima e unica avanguardia italiana del ‘900. Un movimento aperto a tutti i linguaggi, da quelli classici come la pittura e la scultura, alle sperimentazioni avanguardiste del cinema d’artista, della fotografia, della performance, dei materiali anomali. Questa visione senza barriere precostituite è esattamente quella che abbiamo voluto adottare, prestando molta attenzione alle opere, progettate e realizzate per l’occasione, non al simulacro dell’opera o al nome dell’artista. Vorremmo essere giudicati dalla qualità delle opere quando queste saranno installate e non semplicemente dai nomi come è stato fatto fino ad ora. Le mostre vanno viste”. Certamente! Ma sulla carta la scelta appare eterogenea, pure se la genericità del tema assunto si presta a tutte le individualità di ogni stagione. I mutamenti di rotta produrranno effetti benefici o assisteremo a un verdiano ritorno all’antico, ma senza progresso? Anche se può sembrare giusto valorizzare certi operatori rimasti nell’ombra, le ragioni sostenute per ridurre all’essenziale il numero degli espositori, al fine di evitare clientelismo, genericità e kermesse, ci sembravano giuste.

Ecco la 53° Esposizione in cifre. Le partecipazioni nazionali raggiungeranno il numero record di settantasette. Dall’attendibilità dei nomi dovrebbero risultare godibili le personali di Bruce Naumann (Stati Uniti), Steve McQueen (Gran Bretagna, vincitore all’ultimo Festival del Cinema di Cannes con il lungometraggio The Hunger), Miguel Barceló (Spagna), Claude Lévêque (Francia), Liam Gillick (Germania), Fiona Tan (Olanda). E non mancheranno le sorprese.
Gli eventi collaterali, proposti da enti e istituzioni internazionali, saranno trentotto, dislocati in chiese, edifici storici, gallerie e isole della laguna. Un altro vanto, sbandierato ogni volta, è rappresentato dal crescente numero di essi ma, più che alla quantità, si dovrebbe badare alla qualità. Richiameranno l’attenzione la mostra di Rauschenberg alla Fondazione Guggenheim; quella su Il Mito di Mark Quinn con un percorso espositivo nei siti storici di Verona fino alla Casa di Giulietta, curata da Danilo Eccher che ben conosce l’artista inglese per averlo presentato al MACRO; Palestine c/o Venice con cinque artisti palestinesi; la performance multimediale dell’inglese Peter Greenaway (in collaborazione con l’olandese Reiner van Brummelen e Change Performing Arts di Milano) su Le nozze di Cana di Paolo Veronese al Cenacolo Palladiano dell’Isola di San Giorgio; la collettiva della François Pinault Foundation a Punta della Dogana (4mila metri appena ristrutturati dall’architetto Tadao Ando) che inaugurerà il secondo spazio espositivo (in aggiunta a Palazzo Grassi) gestito dal collezionista francese il quale ha stipulato un accordo con il Comune, superando sul filo di lana la “Guggenheim”.
I leoni d’oro alla carriera sono stati assegnati alla giapponese Yoko Ono e all’americano John Baldessari. Della prima la Fondazione Bevilacqua la Masa allestirà a Palazzetto Tito Anton’s Memory, che riconduce “alla vita di una donna vista attraverso gli occhi del figlio, con la debole memoria”.
Saranno presentati film, composizioni sonore, sculture, disegni e dipinti, installazioni interattive.

La Giuria internazionale, presieduta da Angela Vettese (docente presso lo IUAV di Venezia) e composta da Jack Bankowsky (autorevole saggista degli USA), Homi K. Bhabha (formatosi in India, ma attivo come insegnante in Gran Bretagna e Usa), Sarat Maharaj (sudafricano, professore a Londra, in Svezia, a Berlino) e Julia Voss (noto critico tedesco) attribuirà i seguenti premi: Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale e per il migliore artista di Fare Mondi; Leone d’Argento per il più promettente giovane artista della mostra internazionale.
Staremo a vedere se in questa Biennale prevarranno i pro o i contro, pur sapendo che è un cantiere sempre aperto non destinato soltanto agli addetti ai lavori.

  Share