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Juliet Anno 27 Numero 133 giugno 2007



Enzo Umbaca

Giulio Ciavoliello



Art magazine


* Copertina di Marco Neri

* “Anteprima Biennale” di Luciano Marucci

* “GENERALI Foundation” di P.Pirona e R.Vidali

* NIZZA, 2° puntata, testo di Stefania Meazza

* Enzo Umbaca, testo di Giulio Ciavoliello

* “Camera 312”, in memoria di Pierre Restany

* VENEZIA contemporanea, 1° puntata, di Francesca Agostinelli

* Julia Draganovic, intervista di Marianna Agliottone

* Marco Gastini, testo di Francesca Baboni

* Rubrica di Vegetali Ignoti

* Rubrica di Angelo Bianco

ecc., ecc.
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In un lavoro del 2000 Enzo Umbaca presentava un’automobile in cui il visitatore era invitato all’ascolto di una registrazione. La portiera aperta induceva a entrare, a sedersi per provare a capire di cosa si trattasse. Fermandosi, seduti nell’abitacolo, lentamente si iniziava a intendere una storia di vita. Il racconto vedeva coinvolta in prima persona una donna immigrata dall’Africa e costretta a prostituirsi.
La cosa può far pensare a una storia di “ordinaria” esistenza clandestina. Non è raro che una persona del nostro tempo si trovi nella condizione di schiava: schiava di un forte disagio economico nel paese d’origine, di persone che l’aiuterebbero a trasferirsi in un paese ricco, di un debito enorme nei loro confronti, di credenze religiose distorte dal ricatto psicologico. Èquello che pensiamo noi in modo intelligentemente distaccato, da un punto di vista laico e occidentale.
Sappiamo, ma Enzo Umbaca pretende da noi più della conoscenza e della commiserazione. Umbaca fa entrare nella situazione tipo del cliente e della prostituta in auto, però rovesciandola: la passività si sposta da un soggetto a un altro, il piacere dell’incontro prezzolato viene sostituito dall’emozione che suscita la partecipazione a un dramma. Il luogo accoglie la voce di un corpo assente invece che la fisicità di un’azione. Irrompe un’intimità di segno diverso. Umbaca induce a un’empatia. È questo il significativo termine che usa Roberto Pinto in un testo sull’artista, in una recente pubblicazione prodotta dalla galleria Francosoffiantino di Torino, dopo una sua personale nella stessa.
Non è tanto, non è una relazione che si mette in gioco, ma una condivisione, un tentativo di far sì che ci sia appunto dell’empatia. È questa che prevale in molti lavori di Umbaca. Forme, oggetti, segni, azioni inducono a una forte partecipazione emotiva, a una identificazione che è quasi un sentire dall’interno. E noi difficilmente possiamo restare indifferenti davanti a un suo lavoro. Veniamo risucchiati dall’opera nonostante l’artista non faccia uso di espedienti facilmente spettacolari.
Come componenti del pubblico si è messi nella condizione di indossare i panni dell’altro. Èquello che, per esempio, Umbaca letteralmente fa quando si traveste e agisce come pseudo-mendicante in situazioni pubbliche. Nei relativi documenti video che ne risultano diveniamo consapevoli di tutta la volontà d’indifferenza che contraddistingue di solito il nostro comportamento ogni giorno per strada, sui mezzi pubblici, quando veniamo infastiditi dall’altro, da sconosciuti che reclamano attenzione.
La mostra alla galleria Francosoffiantino era incentrata sul mondo del Calcio, lo sport nazionale degli italiani. In questo caso una porta, come quelle che si trovano nei campi da gioco degli stadi, di grandi dimensioni, ha una rete fatta di lampadine, simili a quelle intermittenti che addobbano l’albero di Natale o ornano gli ambienti nelle feste. Nella porta dove si concretizza il risultato agonistico troviamo lo spettacolo inanimato di un’attrazione che nega sé stessa, un richiamo d’attenzione privo di senso. Un oggetto fuori gioco, davvero “fuori gioco”, si vena di malinconia, altra componente che di tanto in tanto si presenta nel lavoro di Umbaca. Per esempio mi viene in mente la bara di ghiaccio, una forma che esplicitamente evoca la morte e nel processo di scongelamento diventa metafora perfetta della fragilità dell’essere, della transitorietà della vita.
Tornando alla mostra torinese, è il caso di dire che non c’è il vitalismo del calcio, il rumore di chi è nel campo e sugli spalti, la tensione della competizione e del tifo. La scena è metafisica, nonostante la concretezza dell’oggetto. Ma a fare da pendant alla porta vi è stata una singolare performance, di tutt’altro segno, vitalistica, energetica più che mai. La sera dell’inaugurazione il brasiliano Carlos palleggia in modo assolutamente esemplare e il bello è che lo fa senza un piede, senza una gamba, l’arto principe del Calcio, senza il quale non si dà calcio. Carlos, privo di entrambi gli arti inferiori, gioca da fermo con le stampelle e con la testa. Una presunta condizione di inferiorità viene rovesciata in un esercizio eccezionale, di un virtuosismo avvincente.
Un altro lavoro recente di Umbaca, tradottosi nella produzione di un CD audio (Metallurgic Sounds, Laboratorio Artistico Permanente), mette in risalto tutta la sua sensibilità verso le comunità e i luoghi. Mi riferisco a quello messo in atto a Forno
Canavese, un paese piemontese in cui l’industria siderurgica caratterizza l’economia e gli abitanti dando loro identità e tradizione. Enzo Umbaca ha pensato di intervenirvi secondo una modalita? site specificlavorando però sui suoni, non sugli spazi. Basandosi sui rumori della fabbrica, è nato così un concerto di musica contemporanea che ha messo insieme dei musicisti di professione (fra gli altri Cesare Malfatti dei La Crus, Igor Sciavolino, il trombettista Ramon Moro), il coro e la banda del paese, appassionati e abitanti. Non si è trattato di un improvvisato, estemporaneo evento rumoristico ma di un’opera musicale, bella, adeguatamente composta e orchestrata. Umbaca l’ha progettata ed è riuscito a far confluire il tutto in un prodotto davvero pertinente, in un capolavoro di partecipazione.

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