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Juliet Anno 27 Numero 132 aprile 2007



Elisa Sighicelli

Ch. Schloss



Art magazine
Copertina di Brjan Adams
“Al di là della pittura” rievocazione di Luciano Marucci
“Networking” di Vittore Baroni
NIZZA, 1° puntata, testo di Stefania Meazza
Elisa Sighicelli, testo di Ch. Schloss
“Viva! Glam” di Bruno Benuzzi, 2° puntata, fine
J.R.Carroll, intervista di Francesca Giraudi
Moataz Nasr, testo di Fabiola Faidiga
Andrea Bianconi, testo di Francesca Baboni
Rubrica di Vegetali Ignoti
Rubrica di Angelo Bianco
ecc., ecc.

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“Iceland: Blue Bed” 2001, cm 125x125x4, fotografia parzialmente illuminata su lightbox, © Gagosian Gallery, Londra

“Untitled (Corner Window)” 2003, fotografia parzialmente illuminata su lightbox, cm 57x57x5, © Gagosian Gallery, Londra

“Horizontal Blank” 2002, fotografia parzialmente illuminata su lightbox, cm 117x365x4, collezione GAM, Torino

È possibile prendere la stringa della mutanda erotica della prof. circuirla nello schermo del telefonino, trasformare il tutto in quadratura tecnologicamente appetibile ed avanzata e rimettere il pastone sul tavolo da gioco come proposta estetica di un mondo parziale, minimo, personalistico, diaristico? L’immagine sarà scentrata, non perfettamente comprensibile, talvolta parziale eppure la cosa è possibile.
Accade con o senza licenza poetica, accade con o senza permesso. Le ricadute, poi, non sono peraltro facilmente immaginabili.
Così è se vi pare e il parere personale diviene possibilità collettiva, aspetto mondano e divulgato di un qualcosa che in passato veniva trasmesso dal silenzio sommesso della notte che scivola al di sopra delle nostre testoline addormentate.
Così è se vi pare e la propria opinione diviene koine mediterranea, diviene ingranaggio di un sapere che si assume l’onere della trasmissione dati, una trasmissione improrogabile oltre che improcrastinabile. Il minuscolo, il frammento, il lacerto divengono canto poetico; divengono un qualcosa al quale prestare attenzione, come la goccia di rugiada che cade da una foglia, come la punta umida di un calzino messo ad asciugare sulla costola in ghisa di un termosifone di fine anni Trenta.
Così è se vi pare e l’immagine non accattivante, l’immagine non piena, l’immagine non forte, l’immagine non cantata ma sussurrata diviene il marchio di un mondo che ha inizio attraverso la sua stessa catalogazione.
Così è se vi pare e la porta si apre sulla profondità nera della notte, la luce vi filtra attraverso piccole fessure, attraverso piccole aperture: un mondo si incastra su un altro mondo, un mondo avanza e l’altro arretra per fare spazio al primo. Non effetti magniloquenti, non polifonie, ma solo canti minimi, parole sussurrate a mezza voce.
Così è se vi pare e nella posa sequenziata o nella posa singola tutto ciò è pienamente avvertibile allo stesso modo in cui gli animaletti rinchiusi, nel calduccio di una tana, bene comprendono che il sole primaverile sta sciogliendo gli ultimi rigori dell’inverno. Allo stesso modo procede Elisa Sighicelli, ben conscia che i rigori delle passate imposizioni si stanno sciogliendo come neve al sole.

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