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Juliet Anno 20 Numero 115 dicembre 2003 - gennaio 2004



Ultrapop

Vittore Baroni



Art magazine
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Dario Arcidiacono

Sandra Virlinzi

Giordano Currieri

Di ''New Pop'' si e' cominciato a parlare, in diverse occasioni e con accezioni non sempre concordanti, gia' nella seconda meta' degli '80, ma e' solo dal 1995, con la nascita della rivista californiana Juxtapoz, in breve tempo affermatasi come punto di riferimento per espressioni a cavallo tra galleria d'arte, illustrazione, fumetto e linguaggio pubblicitario (piu' videogiochi, copertine e poster rock, ecc.), che ha iniziato a consolidarsi internazionalmente un fenomeno dalle spiccate caratteristiche neopop, dotato di una sua rete di gallerie specializzate (C-Pop, La Luz De Jesus, Psychedelic Solution e via dicendo), di una bibliografia critica adeguata e di una persistente attenzione da parte di un nuovo tipo di pubblico giovanile, inclusi collezionisti atipici come attori del jet-set hollywoodiano (Di Caprio in testa) o note rockstar. Variamente definita con etichette servite poi anche a contraddistinguere filoni secondari (Outsider Art, Psychedelic Art, Tiki Art, ecc.), questa nuova sensibilità inter-generi ha in ogni caso come minimo comune denominatore la rilevante influenza di un immaginario mediatico ''popular'' e l'ossequianza al precetto warholiano del ''dipingi ciò che più ami'': mutati tempi e gusti, al posto (o in aggiunta) degli Elvis e delle Marilyn Monroe, troviamo Betty Page, Tor Johnson e altre icone della cinematografia di serie B. Oppure il clown della McDonald e gli zombi di Lucio Fulci rivisti e corretti, come accade in alcune tele degli Ultrapop (''70% per cento di sottocultura, 30% di buon gusto''), che non sono come può far pensare il nome una nuova band o etichetta musicale electronica, bensì un quartetto di operatori visivi intenti dal '95 a perfezionare una loro peculiare formula di pittura ''ultraPOPolare'': Dario Arcidiacono (acide crudeltà su plexiglas), Giordano Currieri (grottesche presenze mutanti), Antonio Sorrentino (felici mitologie aliene) e Sandra Virlinzi (amichevoli scherzi di natura acrilici).
O sarebbe meglio dire erano (un quartetto), perché come in un gruppo rock accade che qualche musicista esca di formazione o venga sostituito, dando luogo a nuove alchimie di suoni, così dopo il recente ''split'' con Arcidiacono gli Ultrapop si sono - temporaneamente? - trasformati in un power trio (chitarra-basso-batteria), sintesi più stringata di interrelazioni tematiche e corrispondenze cromatiche, nella scia di una tradizione sotterranea in Italia molto più prodiga di talenti nell'area dei comix che non in ambito galleristico-museale. Considerato il fiorente fenomeno neopop, soprattutto negli USA - a giudicare dalla velocità con cui vanno esaurite stampe di artisti come Shag o Mark Ryden vendute a svariate centinaia di dollari - non meraviglia tanto lo scoprire in attività nel nostro Paese un sodalizio artistico giocoso e irriverente come quello degli Ultrapop, quanto casomai costatare quanto pochi e isolati sono ancora coloro che da noi operano su frequenze similari (Massimo Giacon, Prof. Bad Trip, Dast, Stefano Zattera e non molti altri), nonostante gli sforzi pionieristici di alcuni critici, gallerie ed eventi come l'annuale Happening Internazionale Underground di Milano. Per certo, gli artisti del ''Melting Pop'' nostrano non dispongono ancora degli appoggi logistici e della forza contrattuale necessari a varcare per fama i nostri confini, nonostante la qualità dei lavori abbia poco da invidiare agli autori spesso manieristici e superficiali ospitati sulle pagine di Juxtapoz, Raw Vision, Art Visionary e simili. A cominciare proprio dal citato Ultra-team siculo-ligure (con base a Milano).
Per motivi anagrafici, gli Ultrapop (http://www.ultrapop.it) hanno vissuto in prima persona i '70 più che i '50-'60, ovvero il periodo da cui provengono, come riverbero mito-mediatico, molte delle icone che popolano le loro opere: robot, alieni, baccelloni spaziali. Esiste un elemento di feticismo oltre che di nostalgia, una fascinazione viscerale per prodotti di consumo e stereotipi visivi (sub-culturali e non) della propria adolescenza, che vengono campionati e mixati con gusto tutto fumettistico per la gag visiva, spesso esplicitata dal titolo (ad es. Chi troppo, chi niente di Curreri, un mutante con dodici arti in mezzo a due corpi iper-mutilati!). Intendiamoci, non sono solo stimoli di derivazione pop(ular) ad animare la pittura dei tre amici, anzi il piacere della fruizione nasce proprio dall'ironico intrecciarsi e confondersi di riferimenti highbrow e lowbrow: la spessa linea nera che contorna certe forme ricordando Dubuffet più che Lichtenstein o la ''linea chiara'' fumettistica, la grottesca deformazione di personaggi tra Francis Bacon e Pore-No Graphics (l'artista dei Residents), l'inaspettata contaminazione di automatismi surrealisti e pupazzetti infantili, di scenari da fantascienza e temi biblico-filosofici, di una Madonna con bambino di impostazione canonica e un moderno biberon? Se fossero solo ''fan art'' opera di appassionati de Il Pianeta Proibito o di tematiche pulp/splatter, i quadri degli Ultrapop non si discosterebbero molto dal trash paesaggistico-decorativo di cui sono pieni mercatini e supermercati. Curreri & Co. invece giocano perversamente, senza prendersi troppo sul serio e dunque in maniera ancor più disarmante, con citazioni e riferimenti alla storia dell'arte e alle sue situazioni topiche (ma la ''natura morta'' può essere il cadavere putrefatto di un gatto schiacciato sull'asfalto) o alle grandi tematiche esistenziali, costruendo a loro modo una galleria di ritratti e di tipologie umane-metropolitane (il tifoso di calcio, la folla alla fermata del metrò, il single in cerca d'amore) i cui corpi deformati e mutanti sono percorsi da un sottile filo di malinconia e umanità, che si tratti di un grosziano ritratto di orribile famiglia borghese (Caro mia, cara mia di Curreri) o di innamoratini teneramente abbracciati Al porto di notte tra una folla di sub-umani (Virlinzi).
Archer Prewitt è più valido come cantautore e musicista in The Sea and Cake o come autore dello squillante fumetto neo-pop Sof' Boy? La bionda Niagara, che alla sua recente personale per la galleria C-Pop, inaugurata con torrido concerto rock, ha messo in vendita anche una sua linea di biancheria intima, è prima cantante art-punk o pittrice di scenari retrò-noir? Nel momento in cui domande come queste perdono del tutto di significato, potremmo trovarci davvero ad un giro di boa epocale: chiunque può esporre alla Biennale di Venezia (basta un po' di iniziativa e perseveranza) e chiunque può essere una star di Internet per quindici minuti, chiunque può comprare un capolavoro al costo di un albo a fumetti o farsi rifilare un falso De Chirico a prezzi da capogiro. La democratizzazione ultrapopular dell'arte finalmente ci autoresponsabilizza nelle scelte e ci autorizza a cercare e trovare i lavori più rappresentativi del nostro tempo dentro e fuori i luoghi deputati: sopravvive all'overload di immagini e informazioni solo chi ha davvero, sulla lunga distanza, qualcosa da comunicare. Un gruppo rock in attività da otto anni è da considerarsi longevo e gli Ultrapop (1995-2003) sono ancora scanzonatamente in gioco a cortocircuitare metafore e visioni spiazzanti ''dalla parte del mostro''. Anche se poi calandoci nella loro ''pittura cannibale'' finiamo col renderci conto che i freak siamo noi: per questo troviamo familiare e vagamente rassicurante il mutante senza pelle che tranquillamente si cucina un hot-dog sullo sfondo di cupe ciminiere industriali (Sorrentino) o simpatizziamo con la tristezza da Elephant Man (o da Johnny Freak, per i lettori di Dylan Dog) che cogliamo negli occhi mansueti di tutti questi mostruosi ''poveri diavoli''. Anche i freak amano e come loro stessi ci ricordano citando Lou Reed (nel libretto della Virlinzi Freak Friends, Neos edizioni 2002), ''nessun tipo di amore è migliore di altri''.
Vittore Baroni

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