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Juliet Anno 20 Numero 114 estate 2003



Imagerie Art Fashion

Maria Campitelli



Art magazine
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Depero: Progetto di copertina per la rivista Vogue - 1929

Getulio Alviani e la sarta di alta moda Germana Marucelli - 1960

Negli ultimi tempi gli scambi a gli influssi reciproci tra Arte e Moda sono divenuti sempre più invasivi. Stilisti che espongono in musei con tutte le formalità dell'artista (è dell'altro ieri la mostra di Armani alla National Galerie di Berlino con massiccia eco massmediale, per non parlare di tante altre clamorose uscite di ''creativi della moda'' al Moma di New York o in altri prestigiosi templi dell'arte) artisti che ispirano e direttamente collaborano con stilisti come Yasumasa Morimura, Tim Hawkinson, Cai Guo-Qiang assieme al fotografo Nobuyoshi Araki per il mago dell'arditezza formale plissettata Issey Miyake (linea Pleats Please). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.
Tutto risale a quella espansione in territori non strettamente pertinenti all'arte operata nel secolo scorso dai futuristi. Espansione conseguente ad un'aperturaverso l'utile e il quotidiano già sviluppata nel cuore dell'800 dai movimenti inglesi, e poi europei, di stampo socialista. L'arte non deve essere il sacro recinto abitato da pochi privilegiati, ma ne devono poter fruire anche le masse nei loro consumi giornalieri, elevando la qualità della vita! I fantasiosi gilet di Depero, dai colori sgargianti, assolutamente anticonformisti, sono entrati nella leggenda dell'incontro Arte-Moda, quale concreta dimostrazione della ferma quanto spregiudicata volontà di rinnovamento del mondo intero espressa nel manifesto del 1915 ''Ricostruzione futurista dell'universo''. L'arte come (utopico) strumento di cambiamento e di progresso, a partire dagli oggetti più umili.
A prescindere dalle utopie e dalle filosofie, sta di fatto che Arte e Moda sono in ogni caso territori contigui, trattandosi di creatività in entrambi i casi, con il distinguo della funzionalità attinente a Moda. L'abito serve a coprire, l'arte serve a ''scoprire'', aveva detto un tempo Achille Bonito Oliva.
E la storia cresce con Sonia Delaunay, meravigliosa portatrice di pure cromie astratte nell'abito, procede a Parigi negli anni '30 con Elsa Schiaparelli (ispirata dai surrealisti) che amava trasporre sui tessuti e rendere indossabili le stralunate fantasie di Dalì come quelle provocatorie di Man Ray. E nel secondo dopoguerra Moda penetra i santuari della ricerca artistica di punta come i concetti spaziali di Lucio Fontana, con la collaborazione dell'atelier di Bruna Bini e Giuseppe Telese e anche della triestina Mila Schoen, trapiantata in quella Milano che stava diventano la capitale della moda italiana.
IMAGERIE Art Fashion, la grande mostra internazionale che ha investito Trieste la scorsa estate, con le sue 11 diverse stazioni dislocate in vari punti della città, ha voluto prendere le mosse da una realtà storica, per ribadire il flusso e la persistenza del fortunato connubio dei due regni di Arte e Moda. Il fortuito incontro, agli inizi degli anni '60, tra il giovane artista dell'arte cinetica e programmata Getulio Alviani (anzi dell'ideatore plastico come ama definirsi) e la sarta di alta moda Germana Marucelli, è il punto di partenza di un'indagine che ha toccato artisti, stilisti, fotografi, sartorie, scuole di moda e costume, facoltà universitarie di tecnologia tessile e fashion design di mezza Europa.
Getulio Alviani era già noto all'epoca dell'incontro con la stilista per le sue superfici metalliche a testura vibratile che mutavano d'aspetto a seconda dell'angolazione di lettura da parte dell'osservatore. La ricerca, di base scientifica, trovava fondamento nel Bauhaus, nel costruttivismo, nell'arte concreta, e tendeva ad appropriasi dello spazio/tempo attraverso una mobilità e una trasformabilità programmate dall'autore e completate dall'intervento del pubblico. L'abito, indossato dal corpo, diviene allora una superficie mobile per eccellenza dove i giochi ottici, eternati in superbe fotografie da Ettore Sottsass jr., si trasformano all'infinito. ''Positivo-negativo'', e l'abito plissettato di chiffon di shantung, hanno testimoniato in mostra il traslato su tessuto degli elementari moduli geometrici impiegati in pittura o in serigrafia. Ossia l'arte indossata, che ha generato il trend della moda optical, documentata anche dall'inedita sequenza fotografica di flash scattati nell'atelier Marucelli, da Ada Ardessi. L'atelier, va ricordato, trasformabile in pedane e passerelle in un batter d'occhio, era stato ristrutturato con spirito razionalista da Paolo Scheggi, e arredato in parte dallo stesso Alviani, in netto contrasto con l'orientamento del tempo che privilegiava per la moda spazi suntuosi e baroccheggianti. Ed era stato, come prima con la Schiaparelli, luogo d'incontro della créme intellettuale dell'epoca, ospitando critici, artisti, scrittori, poeti.
IMAGERIE presuppone in ogni caso una relazione (e un'analisi), col corpo, quel ''corpo senziente come prima opera d'arte'', secondo l'affermazione di Merleau -Ponty, che diviene pertanto il referente primario e ineludibile. Corpo e crisalide avvolgente, vitalità che si trasmette all'involucro di per sé inerte, un passaggio continuo tra essere animato e inanimato in un'osmosi che sta in bilico sulla fragilità mutevole, sempre attuale di Moda. Nel panorama vastissimo di questa mostra il Dipartimento di ingegneria del tessuto della facoltà di Scienze naturali di Lubiana, guidata da Metka Vrhunc, ha prodotto una serie straordinaria di studi che vertono su questo versante del progetto. Jana Mrsnik con ''Shells'' introduce lo spettatore in un viaggio magico, in un azzurino dominante d'acqua, tra i diversi strati del dentro/fuori,tradotti in gigantografie su acetati, dove l'uno trapassa nell'altro, nella mobilità incessante della vita, e si tramutano, significanti, in abito. Ovvero l'abito come conchiglia, seconda pelle leggera che racchiude un contenuto nascosto e vibrante. Elena Fajt Velicogna giunge all'abito di capelli umani, protettivo di un corpo oltre che della testa, dopo una serie di studi fotografici che decisamente attengono alla sfera della pura arte visiva. Cioè all'Università di Lubiana l'abito è il punto d'approdo di una lunga indagine che penetra contesti emozionali, psicologici, filosofici, sociali. Uno studio dell'uomo e del suo apparire. Il contrario di quello che raggiunge invece la Facoltà di tecnologia tessile e fashion design di Zagabria, sotto la guida carismatica di Tonci Vladislavic, che punta dritto al percorso professionale di progetto, figurini, materiali, realizzazione, fotografia, con estrema pulizia formale, ma soprattutto con una incredibile capacità inventiva, consapevole dell'aggiornamento più avanzato a livello globale. E la collezione ''Eye of Geometry'', presentata in quest'occasione, curiosamente si riallaccia alle rigorose geometrie prodotte a suo tempo da Alviani, cioè a un fondamento culturale, che ha segnato negli anni 60/70 tutto l'Est Europeo e trovato in Zagabria con ''Nova Tendencija'' una solida piattaforma di accoglimento ed espansione. Così la famosa scuola di Bratislava Josef Vydra, a livello medio superiore (come la Scuola di Arti applicate e Design di Pola (Croazia) e come il triestino Istiuto d'Arte Nordio), coniuga pure la ricca tradizione radicata nella cultura popolare, specie nel recupero di certi motivi decorativi, con le strutture formali più innovative e spericolate per abiti futuribili.
Ma IMAGERIE è stato un luogo d'incontro soprattutto di artisti, stilisti, fotografi, in cui l'abito si è di continuo trasformato in altre realtà, o è stato enfatizzato in dimensioni inconsuete, oltre l'uomo come accade con gli abiti di nuvola dell'australiana Patricia Black. Abiti spettacolari, pensati e utilizzati per spettacoli, nei cui colori cangianti si condensa la bellezza e la potenza metamorfica della natura. Abiti in cui si sposa la competenza tecnica (i tessuti sono realizzati con le tecniche giapponesi shibori, che oltre a dispiegare le alchimie più sofisticate per ogni genere di tintura, permettono curiosi effetti a rilievo) con l'illimitata libertà dell'arte, con copricapi giganteschi e inverosimili, mantelli che si gonfiano a pallone. E sono di fatto trapassati in uno spettacolo danzato, intitolato ''Viaggio ad Ixtlan'' su testi di Castaneda, costruito ad hoc per l'opening dalla coreografa Claudia Ziliotto per la regia di Angelo Mammetti. Ovvero un'esplosione di colori, sonorizzazioni implacabili (''Les tambures du Bronx''), di energie incontenibili. E quanto a dimensioni ''oltre'', la giovane Anna Pontel, in tutt'altro contesto e con tutt'altra concezione, esibisce anche uno stock di indumenti, tute, t-shirt, calzetton, reggiseni? dai colori pastello, dalle misure fuori scala. Ma l'input viene dalla Barbie. Un divertissement che ironizza su una concreta realtà relativa all'infanzia, dal gigantesco risvolto di mercato.
Il rapporto con il corpo è sotteso nella ricerca subliminale dell'inglese Caroline Broadhead. I suoi abiti sono sospesi a mezz'aria quasi in attesa di un corpo da avvolgere. Ma la funzione di involucro sbiadisce di fronte ad altre istanze, più sottili, anzi cede il posto a fantasmi d'abito che s'accorpano ai loro contenitori, pseudo armadi di velo, che generano parvenze d'abito. La trasparenza 1del visibile, del concreto, sempre più diafano e invisibile, cede la propria precaria corporeità all'immateriale, all'ombra che al contrario si fortifica e diventa il perno della ricerca e del linguaggio della Broadhead. Abiti/ombra che delegano il loro ruolo primario a una suggestiva metafora dello spirito. Gli artisti attraversano l'abito per raggiungere altri obiettivi, gli stilisti partono dall'abito e si ritrovano sul territorio della pura invenzione oltre la funzionalità, i fotografi s'incrociano con Arte: tracciare linee di demarcazione non è più possibile, lo scivolamento e la contaminazione sembrano leggi ormai costanti dell'espressività attuale. Come l'utilizzo di materiali artificiali, tessuti non tessuti, polimeri, poliesteri, tutti i derivati del petrolio, sia sul terreno dell'arte che su quello della moda. E la tecnologia digitale nelle immagini. Il virtuale soverchia di gran lunga l'analogico e il reale. Ma è ormai una vecchia storia. Con tuttavia la nostalgia o l'eco di un mondo naturale in frantumi, rivissuto e ricostruito con mezzi succedanei.
Gli abiti di Mimi Farina inglobano la natura: sono di plastica intrecciata, a ciuffi come nella lavorazione dei tappeti. In particolre, per IMAGERIE l'artista ha scelto l'acqua. Sull'abito di vetro trasparente, investito da un'onda marina dall'anima di metacrilato, spumeggia un mare di sintesi, prima lucente e cristallino, poi giallo di petrolio con i tristemente celebri gabbiani bituminosi che boccheggiano. Ovvero l'abito che si fa portatore dei disastri ecologici e richiama la necessità di un riequilibrio dell'eco-sistema alterato. E qui s'innesta un altro discorso squisitamente attuale. Il recupero del trash, da cui rischiamo di essere inghiottiti, dello scarto, sia esso bottiglie di plastica o residuo industriale, esemplato nell'arte già da tempo. Il rifiuto rigenerato dall'arte si ricicla a nuova vita. Enrica Borghi già da molti anni confeziona vestiti di sacchetti e bottiglie di plastica, recuperando centinaia di esemplari destinati all'inceneritore. Ora però impiega la plastica per costruire gioielli dai mille riverberi luminosi, simili a una fantasmagorica fauna del mare, in cui riversa una fantasia inesauribile e una paziente maestria tecnica degna di un certosino. Anche Lucia Flego tramuta delle inutili lamelle metalliche in uno sfolgorante abito ''Moon Light'' e si cimenta anche con materiali industriali improbabili, come il techno-gel, nato per tutt'altri fini, in una sorta di sfida all'impossibile. Ne escono squadrati abiti che riesumano i ''sixties''. E Pina Inferrera non è da meno; metacrilato, filati poliesteri, fibre ottiche. E si sfocia nell'opera tecnologica. Un monumento, ''Dafne'' dove ancora l'arte si sposa all'artificio, s'illumina di fredda luce innaturale, ma gronda acqua, abito/albero/fontana, oasi di sogno e di finzione. Il trash domina anche sul versante degli stilisti che sviluppano comportamenti analoghi ai colleghi artisti. Renata Mihelic tramuta in abito o decoro qualunque cosa le capiti sottomano. Predilige la gomma, morbida e spessa come il polivinilcloride, lo fa diventare pizzo, e lo ambienta in un clima dark, che le è congeniale, ricettacolo di tensioni postumane, dove lo scarto regna sovrano. Lo stare sopra le righe è la strategia del trend esistenziale da terzo millennio. L'estremo e il diverso danno il là alla creatività come a qualsiasi altro settore delle umane attività. Daniele Controvesio, giovane stilista siciliano di punta, premiato creatore delle collezioni DieselLab, riversa nell'abito non tanto e non solo il trash, ma una cultura composita che va dalla musica alla letteratura; alla stravaganza però unisce una sapienza tecnica e strutturale per cui spesso i suoi capi risultano dei capolavori, dove si confondono l'ingegneria costruttiva e il tocco estroso di un intervento osé (come la fotografia delle gambe avvolte in calze di rete a maglia larga, in grandezza naturale, che completano l'abito nella parte posteriore).
Quanto a libertà di materiali succedanei e d'invenzione, propri del versante artistico, non dimentichiamo i fiori ''Senza radici'' di Sandra Tomboloni; una profusione di malleabile pongo raddensato in delicatissimi e coloratissimi fiori che ricoprono ogni cosa, in questo caso un busto sartoriale che profuma di candore d'infanzia e di prorompente vitalità. E anche la giovane Clara Longobardo immette nei suoi fantasiosi abiti/scultura, caudati, di tutto e di più, citando il quotidiano, tra giardino e pareti domestiche. E ancora vetro. La fashion-glass di Silvia Levenson, oltre all'abito, ha investito tutto l'accessoriato che di solito esso comporta, dalle scarpe alle borsette, regolarmente munite di coltelli, come le scarpe di pungenti aculei, secondo un concetto che ironicamente traspone anche nell'abbigliamento il necessario risvolto di potenziali armi improprie.
Imagerie è stata attraversata dai fotografi, accattivante quanto ineludibile corollario di Moda. Anzi il nome Imagerie, come immaginazione e immaginario, cioè fantasia che configura immagini debordanti il dato di fatto, è nato proprio in relazione alla potenzialità immaginifica della fotografia. E David LaChapelle è uno degli interpreti più spinti e noti in questo senso, dove storia e contemporaneità, mito e intuizione pubblicitaria, surrealtà e implacabile definizione realistica coesistono, rendendo smaccatamente pregnanti le sue celebrazioni di star dello spettacolo come della moda. ''My House'' presente in mostra ribadisce soprattutto la violenza del contrasto cromatico, impiantato su magenta, blu e bianco. Micha Klein ripropone la valenza dell'artificio in patinate bellezze virtuali, da manifesto pubblicitario, elaborate al computer. Mentre lo svizzero Daniele Buetti, artista composito ed eclettico dagli interessi svariati, scarifica la pelle di fans della moda imprimendovi i nomi dei propri beniamini. L'americana Sandy Skoglund non è artista specifica del settore moda. La sua fama è legata alla stupefacente surrealtà delle sue ambientazioni invase da presenze estranee - tutte rigorosamente costruite in maquettes, e poi eternate dal clic fotografico. Al posto di scoiattoli o serpenti, l'invasività è in questo caso ottenuta con appendini (''Hangers'') oppure con rossi calzini (sottolineata dal gioco del titolo ''S(h)ock Situations'') contrapposti al verde complementare dello sfondo, tra impettiti gentlmen allusivi senza dubbio al mondo che qui interessa. L'imponente affresco esistenziale offerto dall'immaginario della californiana Eleanor Antin, con la ricostruzione degli ultimi giorni di Pompei (''The last Days in Pompei'') diviene invece un allargamento del concetto abituale di moda, estendendosi a quello di moda del vivere, che ribadisce l'intento globalizzante di questa operazione. Nello stesso tempo evidenzia il ruolo di drammatico contrappunto assunto da queste immagini nei confronti dell'effimero e dell'artificio di cui è impregnato l'universo Fashion.
E immagini fotografiche che evocano in qualche modo l'aura fashion sono ancora quelle di Luisa Raffaelli e della russa Olga Tobreluts. La prima celebrando l'acerba femminilità adolescenziale, alla ricerca della propria identità, la seconda operando un tuffo acrobatico sulla storia e sull'antichità statuaria, rapportata con spregiudicatezza all'attualità. Cioè le gigantografie di Olga Tobreluts, passate al computer e intrecciate alla pittura, riesumano l'aura mitica della bellezza classica o rinascimentale, mutuandola ironicamente, con magliette Lacoste, o diafani reggiseni, o tuniche trasparenti, alle consuetudini modaiole dei giorni nostri. Una rivisitazione di Moda del tutto inconsueta!
E nella varietà dei linguaggi e delle contaminazioni, in questa frastagliata proposta di connubio arte-moda, non sono mancate le performances. Ovvero l'intreccio di più codici espressivi per antonomasia, dove il pensiero si allarga all'azione propositiva ed emblematica di situazioni narrative o metaforiche. Imagerie Art Fashion ha voluto toccare la varietà e la complessità del fare arte oggi, snodando la piéce divertente di Clara Bertola e Alberto Vitacchio (una saporita ironia dei fanatismi della moda), quella severa e ieratica, intitolata ''Spirit in the Sky'' di Angelo Pretolani (lo spogliarello solenne ed asensuale di una statua), il racconto post punk e post human ''Bio-Doll's Baby'' di Franca Formenti. Quest'ultima introduce una donna clonata, la Bio-Doll sprovvista di ombelico, nostalgica della maternità perduta, sostituita illusivamente dalla tecnologia. Veste un abito Missoni come indicazione di passato e futuro, e rinnovamento nell'ambito di un mondo in perenne trasformazione, irrimediabilmente dominato dal progresso tecnologico dove un prostetico cordone ombelicale è costituito da fibre ottiche. C'è stato anche un omaggio a Eleonora Duse - tinto di riesumazione storica, a cadenza rituale - ad opera di Alchemia, cioè Angelo Pelizza e Sara Salvatico.
Infine la performance di Fiora Gandolfi, la pittrice passata all'abito; su di esso ha trasferito tutta la ricchezza del colore veneziano, imbevuto d'Oriente. I suoi sono abiti indossabili che, nella fragranza cromatica e nell'originalità delle idee di cui sono pregni, comportano la trasformabilità di chi li porta. Con essi il ballerino cinese Zheng Wu, etoile della compagnia di Carolyn Carlson, ha intrecciato un inedito corpo a corpo, una performance esaltante e violenta che ha ribadito la dualità di bene e male su cui gravitano le cose del mondo.

Maria Campitelli

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