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Juliet Anno 20 Numero 112 febbraio/aprile 2003



Conrad Botes

Giorgia Lucchi

Intervista



Art magazine
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Conrad Botes, Untitled, 2001

Conrad Botes, Portraits of the Doomed, 2001

Conrad Botes, Reverie, 2001

Abiti a capetown, sei di origine boere e ti definiscono un commentatore anarchico, un agitatore culturale a sostegno delle tradizioni africane. Ma tu come ti definisci? E la tua opera artistica come la puoi riassumere?

Sebbene i miei antenati siano di origine olandese, la mia famiglia si e' stabilita qui, in Capetown, da piu' generazioni. Io mi considero sudafricano piu' di qualsiasi altra cosa. Non ritengo necessario che il mio lavoro abbia una funzione sociale. Miro a confrontarmi con la gente che ha problemi piuttosto che suggerire loro la soluzione di questi. Amo utilizzare stereotipi visivi e immagini esplicite come strumenti di satira. Io registro le informazioni e le rimando a un ipotetico osservatore in modo dialettico. Inoltre amo anche attaccare la base culturale e morale degli Afrikaner poiche' io stesso sono Afrikaner. In questo senso quindi la descrizione che hanno fatto di me e' piuttosto azzeccata: sono un commentatore anarchico.

Dalla vita reale nella township verso un nuovo futuro. Come descriveresti la situazione sociale nel tuo paese in questo momento?

Le cose stanno sicuramente migliorando rispetto a una decina di anni fa. Ma c'e' ancora da lavorare prima che sia raggiunta la perfezione. Penso che ci vorranno una o due generazioni prima che il razzismo scompaia completamente. La gente reciprocamente porta ancora del risentimento e dell'astio. La poverta' e' un altro grande problema del Sudafrica. Le township ci sono ancora, c'e' un grande baratro fra le classi sociali. Lo stato democratico ha portato a non avere piu' una predominanza solamente bianca ma al potere una classe ''mista'' dominante. La popolazione nera e' però ancora quella piu' colpita dalla poverta'.

I tuoi lavori riscuotono interesse verso il pubblico e le gallerie sudafricane?


Ho esposto le mie opere in tutte le maggiori citta' sudafricane. Sebbene il mio lavoro di pittore stia andando piuttosto bene in Sudafrica (cosa piuttosto difficile qui), sono però conosciuto soprattutto per il mio lavoro di fumettista, in collaborazione con Anton Kannemeyer.

In sudafrica sei famoso per aver fondato nel 1992 con Anton Kannemeyer la rivista ''Bittercomix'': l'unica rivista satirico-comica indipendente sudafricana. Parlaci di questa tua prima formazione come illustratore di fumetti.

Bitterkomix e' una rivista non solo fumettistica ma socio-politica che qui ha raggiunto un livello culturale piuttosto importante. Entrambi, Anton ed io, abbiamo studiato come graphic designer (sebbene io volessi veramente diventare un artista) e abbiamo cominciato a disegnare fumetti seguendo il nostro amore per l'illustrazione. Il primo e' stato pubblicato nel 1992.

Pensi di essere stato influenzato dal fumetto americano ed europeo degli anni sessanta e settanta?

Si', penso che sicuramente il movimento fumettistico underground ha avuto molta influenza su di me. Infatti era la prima volta che vedevo usare uno strumento ideato per bambini come mezzo per un confronto e una provocazione verso il lettore adulto. Siamo partiti cosi' e abbiamo cominciato a prendere di mira ogni sacro mito dell'ambiente culturale Afrikaner. Naturalmente ci sono molte persone che detestano Bittercomix, mentre altrettanti lo apprezzano.

Le tue opere, caratterizzate dal tratto tagliente, dai colori brillanti e contrastanti, dagli accostamenti di simboli e soggetti, rimandano al fumetto. Viene cosi' spontaneo chiederti: ti senti piu' fumettista o artista?

Non penso in termini di queste contrapposizioni. Se disegno dei fumetti non mi domando se io sto facendo arte o meno. Lo stesso quando dipingo quadri. Per me questa distinzione non esiste in realta', poiche' da quello che posso vedere questa differenza non coinvolge in realta' l'arte contemporanea americana ed europea. Il lavoro di Raymond Pettibond può essere considerato esemplificativo in questo senso.

I tuoi dipinti su vetro sono cosi' stravaganti e grotteschi, sospesi tra la quotidianita' e il mito e ottenuti con la tecnica antica del cesellatore medioevale. Perche'?

Mi piace lavorare seguendo questa poetica artistica. Uso deliberatamente stili eclettici con immagini contrastanti che amplificano la satira e la parodia nel mio lavoro. Penso che questo sia riflesso nella vita di tutti i giorni qui in Sudafrica. Il baratro tra le cose e' molto evidente qui: grande ricchezza e grande poverta', amicizia fra le persone e grande violenza, situazioni conflittuali tanto che chiunque in qualsiasi momento ne può essere coinvolto.

Hai partecipato a diverse collettive in italia. Dalla prima al centro trevi di Bolzano (''Passport to South Africa'' assieme ad artisti sudafricani di fama internazionale, come: William Kentridge, Willie Bester, Marlene Dumas) alla recente edizione di ''Fuori uso'' negli spazi dell'ex-albergo Ferrotel di Pescara come artista selezionato da un grande protagonista della storia dell'arte contemporanea italiana, Sandro Chia. A chi devi questo tuo successo italiano?

Senz'altro devo ringraziare Giordano Raffaelli che vide i miei primi lavori a una mostra a AVA Gallery a Cape Town nel 2000 e successivamente ha promosso il mio lavoro in Italia.

Raccontaci della tua prima mostra personale in Italia...

Nel febbraio 2002 ho esposto circa quaranta lavori (grandi e piccoli) alla mostra collettiva ''Passport to South Africa'' che lei ha sopra menzionato. Terminata questa esposizione i lavori sono stati presentati a Trento con la mia prima personale italiana allo Studio d'Arte Raffaelli, nell'aprile 2002. In questa occasione e' stato pubblicato un catalogo. Altre collettive si sono poi susseguite, fra le altre: ''In Fumo - arte, fumetto, comunicazione'' a cura di Giacinto Di Pietrantonio alla Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, ''Dopo Buzzati: artisti tra pittura e fumetto'' a cura di Roberto Roda alla Galeria Rizzarda di Feltre. Poi, nel 2003, ho tenuto una personale a Bologna, alla Galleria L'Ariete con nuovi lavori su vetro di grandi dimensioni.

Quali sono le tue aspettative come artista eclettico, dato che spazi dalla pittura al fumetto, dal design alla scultura con estrema versatilita'?

Sebbene usi differenti tecniche e mi piaccia lavorare in modo eclettico, la mia vera passione e' al momento la pittura su vetro perche' mi offre tante possibilita' espressive. Mi piace la qualita' che la pittura assume su questo materiale. questa mia affinita' per questa tecnica pittorica e' nata per la prima volta quando l'ho osservata nei paesi dell'Africa occidentale, specialmente in Senegal.

Giorgia Lucchi

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