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Juliet Anno Numero 94 ottobre 99



L'arte dallo psicoanalista

a cura di Luciano Marucci



Art magazine
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Luigi Ontani "AiDialettica" 1995, ceramica di Faenza, h 196 cm, ph.

Giusto cento anni fa, con "L'interpretazione dei sogni" di Sigmund Freud, nasce la psicoanalisi che affascina e influenza non poco il mondo culturale. Il sapere conquista orizzonti più ampi e si prende coscienza della complessità dell'essere umano e delle sue espressioni. Si sviluppa un dibattito a cui partecipano, con sostanziali contributi, scienziati, psicologi, filosofi, storici, artisti e critici d'arte. Cambia la metodologia della ricerca rivolta al 'profondo', mentre proprio intorno all'arte proliferano nuove teorie analitiche fondate sulle scienze esatte. La pittura, che va evolvendosi in sintonia con psicologia ed epistemologia, diventa sempre più oggetto di indagini introspettive. Si fa strada la convinzione che l'arte sia linguaggio, comunicazione e significazione; che pertanto non possa sottrarsi all'analisi e vada 'spiegata' non soltanto nei suoi formali elementi costitutivi. Infatti, se è vero che l'inconscio "sa esprimersi" e che le arti visive si manifestano con dei segni, possono anche essere individuati gli strumenti per leggere le rappresentazioni, senza con ciò togliere spazio al piacere dell'incantamento.
Purtroppo, la mancanza di un codice universale capace di chiarire ogni aspetto, di dare definizioni 'esatte' e univoche, non agevola la verifica oggettiva dei fenomeni estetici. E ancora oggi, nonostante i progressi compiuti, spesso si ignorano le più elementari informazioni legate alla creatività, al rapporto visibilità-leggibilità e all'identificazione autore-fruitore; ci si pone dinanzi al prodotto artistico come se esso non appartenesse alla realtà, ributtandolo nella sfera magica della preistoria o, al massimo, dell'età romantica.
Partendo da tali premesse, senza entrare nella specificità o pretendere di fornire le chiavi per penetrare nei più misteriosi territori dell'arte, abbiamo dialogato su questi argomenti con il noto psicoanalista Mauro Mancia, che, oltre a essere Direttore dell'Istituto di Fisiologia Umana II dell'Università degli Studi di Milano e autore di numerose pubblicazioni, segue con passione e competenza le esperienze più vive dell'arte contemporanea.
La conversazione si protrarrà per alcune puntate e comprenderà anche brevi letture incrociate di 'opere & autori' affermati ed emergenti.


Molti si domandano ancora se artisti si nasce o si diventa.
La domanda va al di là dell'arte, nel senso che, qualsiasi cosa una persona faccia, ormai ci si pone sempre il problema se geneticamente sia determinata a farla oppure se l'ambiente l'abbia influenzata. È però impossibile dare una risposta. Io credo che ci sia una situazione genetica ben definita che nel bambino crea un equipaggiamento interno dal quale è indotto ad esprimersi e a rappresentarsi in un certo modo, ma che l'ambiente sia determinante. "Ambiente" non inteso soltanto come i genitori, le figure più significative ai fini di una identificazione e quindi di una organizzazione del mondo interiore, ma come territorio fisico ed estetico; la cultura in cui si è immersi che è prima di tutto linguistica, ma fatta anche di costumi, abitudini e valori etici. Dapprima il bambino vive soprattutto in famiglia, ma con l'adolescenza entra in un contesto sociale, in rapporto con altri bambini, altre famiglie e ne resta condizionato. Allora, la possibilità di diventare artisti è in parte genetica e in maggior parte collegata all'ambiente. Questo però è un discorso generale che riguarda la scelta di qualsiasi professione. Sottolineo che il problema dell'ambiente è complesso. Non sono solo la figura della mamma, le sue capacità di confrontarsi col figlio, né la figura del padre che sollecita l'identificazione, ma è determinante anche il contesto in cui il piccolo nasce. Ci sarà di certo una differenza profonda tra chi cresce in un luogo piacevole, rassicurante, soddisfacente e chi sta in una borgata, esposto continuamente alla violenza, alla sopraffazione, al non rispetto della legge.

Angela Vettese recentemente ha pubblicato un libro per 'dimostrare' che "Artisti si diventa"...
Credo sia necessario fare una distinzione tra la necessità di essere artista, di rappresentare il proprio mondo interno come tale e il successo che implica la capacità o meno di sollecitare un consenso, il quale dipende dal sistema in cui ci si trova a operare.

Da quale area del cervello proviene l'atto creativo?
Non ci sono delle aree specifiche. Tutto il cervello partecipa all'atto creativo, ma è soprattutto la mente che rappresenta nel momento della creazione artistica. La domanda ne presuppone una ancora più ampia, anche questa in qualche misura irrisolvibile, cioè in che rapporto sono il cervello e la mente. La creatività in sé è una espressione della mente e non del cervello. È vero che l'emisfero di destra è più adeguato, allenato alle rappresentazioni geometrico-spaziali, alla musica o all'attività culturale in genere, ma il discorso è molto riduttivo perché i due emisferi sono in costante collegamento tra loro. Il cervello si esprime come un tutt'uno. Eppoi l'atto creativo in qualche modo è l'espressione della storia personale e non c'è un'area particolare del cervello che possa rappresentarla.

Qualcuno ha detto che le funzioni creative sono anomalie della natura?
Sono immerse nella natura che è creativa. L'artista non fa che ripetere o distorcere qualcosa che c'è già. D'altra parte il suo stesso mondo interno che è andato definendosi nel tempo, storicamente, attraverso le identificazioni e i processi relazionali, fa parte della natura.

Un artista, comunque, rappresenta l'eccezione rispetto alla normalità.
Non credo, tutti noi siamo artisti. Si pensi al sogno! Sogniamo e creiamo. L'artista può comunicarlo agli altri, l'individuo comune lo vive a livello privato.

C'è un rapporto tra impulso creativo e omosessualità?
Non penso. La creatività è una organizzazione del proprio mondo interiore con la conseguente capacità di significarlo con tecniche speciali. L'omosessualità è in rapporto con i processi di identificazione in un binario parallelo che non implica necessariamente la creatività.

Gli stupefacenti stimolano la creatività?
Possono farlo là dove essa esiste, altrimenti non c'è stupefacente che tenga.

Allora certe abitudini non sono legate alla necessità di stimolarsi...
Approfitterei per dire che l'uso di droghe o alcool in fondo dimostra la scarsa sicurezza rispetto all'identità di artista. Bisogna essere capaci di esternare il proprio mondo anche al di là dell'artificio.

L'artista è un sensitivo?
Sì, qualora ci troviamo di fronte a un individuo che opera con processi percettivi e di identificazione proiettiva molto intensa. Con quest'ultima intendo la capacità della mente umana di scindere parte del sé e di trasferirla nell'oggetto per conoscerlo e perfino proiettarlo nel futuro. È chiaro che un artista ha una maggiore sensibilità e capacità rispetto ad un individuo qualsiasi. È un anticipatore, un denunciatore di realtà. Basti pensare a Otto Dix che aveva previsto il sadismo dei nazisti.

Nell'atto creativo prevale l'istinto di sopravvivenza?
Io non credo a certi istinti, perciò a questa domanda non posso rispondere. L'atto creativo è fondamentalmente di vita perché esprime la capacità dell'uomo di dare significazione agli elementi centrali della sua realtà psichica.

L'impulso artistico può nascere dalla necessità di modellare una nuova realtà?
Non c'è dubbio che esso viene a creare una realtà che è passata attraverso i processi di identificazione e di organizzazione del mondo interno. Quindi è certamente diversa dalla realtà esterna. Quando l'individuo rappresenta su una tela o in un video o in un testo scritto o in una partitura musicale le proprie dinamiche oggettuali, c'è sempre un processo di distorsione metaforica.

Nell'attuale contesto socio-politico l'artista è un emarginato? Rischia di essere considerato un asociale o un sovversivo?
In tutti i contesti storici, proprio per le capacità di preveggenza e di denuncia, gli artisti sono stati considerati comunque al di fuori di una idea del sociale normalmente condivisa. Sono rarissimi quelli inseriti nella socialità. È il caso di ricordare Modigliani e tanti altri, scoperti tardivamente anche perché l'ambiente non è così facilmente disposto al consenso, soprattutto quando l'artista rappresenta qualcosa che mette in crisi il contesto sociale stesso. Io non credo che sia di per sé un emarginato. Per certi versi però è uno che vede la realtà dal di fuori e che non può identificarsi con il mondo a cui appartiene.

Quindi, l'impegno civile rientra in un processo automatico...
Dovrebbe, nella misura in cui un artista denuncia la realtà, la rappresenta in un certo modo e anticipa determinate situazioni. Ripeto, se l'artista è un intellettuale, non può essere che un denunciatore e un anticipatore.

Cosa pensi dell'autonomia dell'opera rispetto al sistema?
Credo che sia più una indipendenza virtuale. L'artista, come tutti gli altri individui, è indirettamente condizionato dalla società, dai suoi interessi e dai suoi drammi.

Anche un surrealista...?
Sì, in quanto è collegato ugualmente alla realtà, magari attraverso la negazione e la sostituzione degli oggetti della realtà con quelli della propria fantasia e dei propri sogni.


Introduciamo nella conversazione la 'lettura' di qualche artista contemporaneo. Se sei d'accordo, incominciamo con il nostro comune amico Luca Patella non estraneo alle problemlatiche affrontate. Io lo vedo come un operatore che ha una sorta di complesso della complessità... e grande fiducia nelle sue possibilità. In verità realizza opere multidisciplinari fortemente autoproiettive in cui riversa tutte le energie culturali e psichiche. Come sai, la sua produzione dalla valenza alchemica, comprende anche lavori teorici. Tra gli altri ha scritto un libro di analisi di ordine psicoanalitico-linguistico-filosofico su un romanzo di Diderot e su un insieme di opere di Duchamp ("DEN & DUCH dis enameled", Ed. A.E.I.U.O., Roma 1988). Usa ogni mezzo per svelare l'Io e le sue ossessioni esistenziali, perfino gli strumenti della psicoanalisi utili a 'dialogare' con l'inconscio. Sfrutta addirittura le 'apparizioni' dei sogni a cui cerca di dare interpretazioni logiche. I suoi oggetti artistici, le sue installazioni sono un condensato di immaginazione, pensiero e vissuto. Come valuti queste sue speculazioni piuttosto vicine al tuo 'mestiere'?
Patella dimostra la poliedricità, la polimorficità della personalità già manipolando il suo nome in "Lu' capa tella". Crea simbolicamente delle scissioni, delle identificazioni proiettive massive sugli effetti della sua realtà artistica. Lo apprezzo molto perché è un provocatore. Ricordo la presentazione di un suo libro, a cura di Lea Vergine, Ida Panicelli e me, nel 1978 alla Galleria Marconi. La Vergine esordì dicendo che Patella è un uomo che ti strappa le calze, indumento prezioso per la bellezza e la seduttività di una donna. Ti dà un senso di provocazione che entra in profondità. Certamente mostra qualche aspetto megalomanico, come tanti altri artisti tra cui metterei Luigi Ontani.


Ontani è ancor più narcisista. I suoi lavori hanno una grande densità come quelli di Patella, però sono più dichiarati e rimandano ad altre culture lontane nel tempo e nello spazio. Anch'egli ha le sue ossessioni e non si autocensura, anzi... Ha una insolita capacità di visualizzare l'interiore e tende costantemente a identificare l'opera con la sua vita. Secondo me, con il linguaggio artistico compie un'azione liberatoria e insieme provocatoria. Segretamente forse aspira a mettere in crisi, a 'smascherare' le convenzioni e le ipocrisie sociali, sia pure con eleganza e attraverso la metafora. Hai mai riflettuto sul 'comportamento' che Ontani incarna nell'opera fotografica, pittorica o plastica?
Patella mi sembra un po' come Beuys: un ambasciatore di idee sanamente provocatorie. Mi si pone come intellettuale, mentre Ontani è un artista a tempo pieno e che vive come tale. Rappresenta il suo mondo fortemente gravitante nella sfera della sessualità che esibisce - come dici tu - senza porsi limiti.

Ma la sublima, la divinizza...
L'opera d'arte è di per sé sublimatoria. Ontani usa la sublimazione facendo leva, per esempio, sulla bisessualità di ciascuno di noi. La stimola, la pone quasi come norma, facendo sentire gli eterosessuali un po' anormali...

A cura di Luciano Marucci
1^ puntata, continua

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