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Juliet Anno 1999 Numero 94 ottobre



Nuovo Nomadismo Individuale

A cura di Francesco Bonazzi

12 Giovani Artisti Della Scena Italiana



Art magazine
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Matteo Basilè "saint rocco extasy" 1999, particolare, plotter painting su alluminio

Loris Cecchini "No casting" 1999, stampa lambda, silicone, plexiglas, cm 105x187, courtesy Continua-San Gimignano

Simonetta Fadda "Telefonite" 1998, video, 2'- hi8/vhs-pal

"Non volevo essere chiamato artista.
Volevo sfruttare la mia possibilità di essere un INDIVIDUO, e suppongo di averlo fatto, no?" (M. Duchamp)

"RIZOMATICO = NOMADOLOGIA". (Deleuze e Guattari)

Se la condizione nomadica fa parte dell'essere dell'artista, Nuovo Nomadismo Individuale non solo vuole cercare di accendere il dibattito sull'identità, ma vorrebbe essere etichetta per negare il concetto stesso di etichetta.
"C'è bisogno d'un nomadismo più profondo di quello delle crociate, quello dei veri nomadi, oppure del nomadismo di quelli che nemmeno si muovono più e che non imitano più niente?"1 Nuovo Nomadismo Individuale è in fondo una necessità, un girare il mondo a trecentosessanta gradi.
Gli artisti di Nuovo Nomadismo Individuale si servono soprattutto di media riproducibili come la fotografia, il video, le immagini digitali e, in parte, della pittura per percorrere diagonalmente la cultura visiva in un viaggio indeterminato che si nutre di un costante bisogno di libertà.
Questi sono giovani artisti al di là di uno stile comune; fanno parte di una generazione cosciente della loro condizione esistenziale che si esprime in una costante emergenza del comunicare.
È un'arte destinata allo sconfinamento, alle continue contaminazioni mediali.
L'artista tende a vivere i media in un percorso dove la tecnologia è gestita verso un allargamento del concetto di arte e dove l'individuo si riappropria della sua particolare dimensione di singolarità.
C'è la voglia di comunicare direttamente attraverso le opere con un linguaggio disinvolto, libero da vincoli e da pregiudizi, utilizzando ogni mezzo necessario per esprimere pienamente la propria contemporaneità.
Così le creature post-umane di Matteo Basilè sono 'replicanti' marchiati con un codice a barre, 'clonati' perché il loro DNA è campionato in laboratorio.
Nelle digi-foto di Loris Cecchini la realtà è simulata in scenari assemblati digitalmente.
Le periferie disastrate di Botto & Bruno esprimono tutto il disagio della società post-industriale.
I video di Simonetta Fadda sono immagini in movimento di pura ironia elaborata in bassa definizione.
Nei suoi video Sara Rossi fa dialogare le immagini con delle fugaci sequenze in continuo mutamento.
Giulia Caira, nei suoi autoritratti, mette a nudo sé stessa con un atteggiamento vagamente narcisista, mentre gli autoritratti esistenziali di Sabine Delafon si esprimono nel dramma delle inquietudini e nel gesto liberatorio del grido.
Marco Samorè contamina le sue fotografie tra la fusione dell'immaginario mediale (che si nutre della quotidianità) e il suo linguaggio individuale.
Luisa Raffaelli con Plurabelle ci mostra l'essere sublime racchiuso in una capsula di morbido PVC.
Premiata Ditta con i suoi 'contatori' rappresenta il tempo, scarabocchiando grandi fotografie di particolari domestici.
Paolo Leonardo è uno strappatore di icone stradali, che poi reinventa aggredendole con lo spray.
Marco Neri si serve della fotografia per dipingere con della semplice tempera da muro i suoi ritratti, alla ricerca del rispetto dell'identità individuale.

Approfondiamo le tematiche e le problematiche del Nuovo Nomadismo Individuale dialogando con Massimo Carasi e Antonella Magalini che hanno ideato questa mostra, allestita recentemente a Mantova alla Casa di Rigoletto. La rassegna è tuttora visibile nel sito www.undo.net/nuovonomadismo e nell'omonimo catalogo edito dalle Edizioni del Mantegna.
Mi sembra che in questi mesi di lavoro l'idea iniziale, da una forma di provocazione (un'ironica neo-etichetta), grazie anche al peso artistico delle opere esposte si sia caricata di un certo entusiasmo, di una forza inaspettata. È interessante vedere le culture con un percorso obliquo, superando quindi nomadicamente le barriere spazio-temporali. Come è nata l'idea di Nuovo Nomadismo Individuale?
-L'idea nasce dall'osservazione di come per esempio, trovandosi di passaggio alla stazione, si possono notare alcune tipologie di persone che di fatto non appartengono né alla comune categoria dei semplici viaggiatori né a quella dei passeggeri. N.N.I. serve per spiegare in maniera ironica una tipologia umana dotata di una particolare sfaccettatura mentale. Nuovo Nomadismo Individuale è sostanzialmente un pretesto per accomunare dodici artisti che hanno molte analogie stilistiche ma anche molte sostanziali diversità. Concretamente è più facile essere riconoscibili attraverso una formula che vagare da soli: in questo senso Nuovo Nomadismo Individuale rappresenta molto bene un panorama di giovani talenti che hanno argomentazioni personali derivate dalla dimestichezza con i grandi mezzi di comunicazione, ma la loro identità rimane fondamentalmente lontana da un reale movimento.

Gli artisti di questo ultimo scorcio di millennio, pur con le dovute eccezioni, con il loro fare arte si sono interrogati sull'identità di essere artista. Come vedi l'identità di questi dodici artisti... vi trovi un "Senso comune"?
-Attraverso le opere in mostra si assiste a un panorama indubbiamente eterogeneo; per alcuni di loro (tipo Loris Cecchini, Premiata Ditta e Marco Neri) si tratta di un'identità, in senso psicologico, estremamente salda; per altri (come Sabine Delafon e Giulia Caira) il fare artistico riflette invece la ricerca di un percorso per giungere all'acquisizione di un equilibrio estetico.
Nuovo Nomadismo Individuale è anche l'accettazione della solitudine: un individuo è solo con la sua arte e convive con essa in mezzo agli altri. In questo consiste la sua libertà. Viviamo un'epoca in cui i media agiscono dandoci la sensazione di essere unici: guarda caso utilizzando stereotipi. Questa invenzione comunque sembra funzionare egregiamente perché tende a esorcizzare la solitudine.

Se la televisione ha omogeneizzato le masse, quale pensi dovrebbe essere il ruolo della TV?
-Qualche tempo fa, una coppia di turisti americani, all'incirca sui quarant'anni, avvezzi alle mostre, ha visitato il nostro spazio in occasione della mostra "Senso comune" con Botto & Bruno, Premiata Ditta e Simonetta Fadda. Con loro abbiamo scambiato una confortante conversazione in materia di TV e, oltre ad apprezzare le opere esposte, ci hanno riferito dell'influenza dei media in America, delle varie statistiche e delle loro opinioni. È risultato che, come è arcinoto il potere della TV negli USA, specialmente sui bambini è semplicemente spaventoso ed è molto diffuso un adesivo da apporre sul retro delle automobili (simile a quello di "bambino a bordo", molto in voga anche in Italia) con la scritta: "Kill your TV".

"Vi è rottura, del rizoma, ogni volta che delle linee segmentali esplodono in una via di fuga, ma la linea di fuga fa parte del rizoma"2. Molti artisti si nutrono delle commistioni tra le immagini e i messaggi pubblicitari. Vedi nell'arte un riscatto, una via di fuga dall'omologazione culturale?
-L'arte visiva e la pubblicità si sono contaminate vicendevolmente e tutt'oggi entrambe si avvalgono dei media per impossessarsi di una fetta sempre più grande di audience. Esistono fiere, riviste, il sistema dei critici, dei collezionisti, dei mercanti e tutti inneggiano alla cultura. Questo ha ragione d'essere poiché è il motore di un'economia, ma viene da chiedersi, a questo punto, cosa si intende con la parola cultura. Assistiamo supinamente tutti i giorni al bombardamento delle immagini che sottointendono un certo tipo di cultura e che ci orientano in direzioni forse non controllabili. Accendendo la televisione o navigando su Internet entriamo in comunicazione con modelli di una cultura sempre più vasta, che crediamo di controllare o da cui veniamo controllati. Alcuni di questi atteggiamenti sono documentati dai video di Simonetta Fadda.

Quello che salta subito agli occhi nella rosa dei dodici artisti è la convivenza della pittura con una spiccata contaminazione con i linguaggi multimedali, che traggono dai media nutrimento, pur presentandosi nella loro autonomia.
-Troviamo più confortante che un'opera venga concepita su criteri di ordine concettuale che su canoni estetici. È più seducente un'idea, in altre parole, che un buon stile di esecuzione. La mostra offre parecchi esempi di idee rese attraverso l'installazione (Loris Cecchini, Marco Samorè e Luisa Raffaelli) o il video (Sara Rossi, Botto & Bruno e Simonetta Fadda), l'immagine fotografica (Giulia Caira, Sabine Delafon e Premiata Ditta) mentre conserva la memoria della pittura convertita nello stile di Marco Neri e nelle contaminazioni di Matteo Basilè e di Paolo Leonardo.

Cosa ti ha stimolato, che cosa ti ha colpito maggiormente delle intuizioni di Guy E. Debord: c'è qualcosa di dérive Situazionista in questo Nuovo Nomadismo Individuale?
-Trovo assolutamente affascinante quello che è stato provato dai Situazionisti, soprattutto il modo in cui cercarono di sovvertire l'ordine normale delle cose, la naturalezza con la quale sono state concepite alcune strategie come la dérive o la psicogeografia. Essi vivificano ancora, a nostro avviso, l'idea dell'arte che viene in aiuto all'individuo quando questo si trova contraffatto dalle strutture o dalle convenzioni. Esiste un modesto omaggio al situazionismo come origine di alcuni atteggiamenti contemporanei presenti tra gli artisti di Nuovo Nomadismo Individuale, anche se alcune teorizzazioni sono state ampiamente digerite e somatizzate dalle esperienze delle generazioni che sono seguite.
Paolo Leonardo è forse, tra tutti gli artisti, il più legato alla tradizione del situazionismo e di esso conserva lo stesso spirito di decodificazione della realtà.

"Credo che il nomadismo oggi sia molto importante: non solo continua a farti ricordare come ci si sente da outsider, ma ti aiuta anche a tornare a casa e vedere il posto in cui vivi con occhi diversi, ri-aperti..."3 Ti sembra che questa affermazione di Maurizio Cattelan abbia colto l'idea nomade?
-Apprezzo molto il lavoro di Cattelan; di lui ho visto recentemente l'opera presentata a Londra da Antony d'Offay e il fachiro sotto la sabbia, alla Biennale di Venezia. Il suo atteggiamento deriva sicuramente da una naturale insofferenza verso il convenzionale e l'ovvio. L'acidità di alcune sue posizioni dimostrano un genuino disgusto verso alcuni rituali che oltraggiosamente ripetiamo con paradossale naturalezza. Credo inoltre che essere nomadi veramente sia una condanna che si può rifuggire ma anche un dono naturale da conservare e coltivare.
A cura di Francesco Bonazzi

NOTE
1. Deleuze e Guattari, Rizoma, Pratiche Editrice, Parma-Lucca,1977, p.60; ed. francese, Rhizome (Introduction), Les Editions de Minuit, Paris, 1976.
2. Ibid. p.33.
3. "Maurizio Cattelan - l'arte di citare" da l'intervista di Barbara Casavecchia su Intervista n.16, dic.-gen.1999, p.44.

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