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Juliet Anno Numero 92 apr-magg '99



Cosa resterà di questi anni Novanta?

Edoardo Di Mauro



Art magazine
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Edoardo Di Mauro in una foto di Anna Ida Chiarini

Lo spunto per questo intervento, stilato con l'intento di analizzare, al di fuori dei soliti noiosi schemi stereotipati, questo decennio, mi è venuto non molto tempo fa, a seguito di una singolare, netta percezione. Pensando a vicende relative a episodi artistici che mi parevano assai vicini nella memoria, denotavo con un certo sgomento che questi erano in realtà databili attorno al 1991. Ma, purtroppo, siamo giunti ormai alla fine dei '90, e la sensazione provata mi è quindi parsa l'ennesima prova di come questo decantato decennio sia giunto alla fine senza avere modificato alcunché nella realtà artistica italiana, che mi pare, e dubito mi si possa seriamente contraddire, sia rimasta sostanzialmente ferma a quanto già denotato sul finire dello scorso decennio, come ho avuto modo di sottolineare nel saggio introduttivo al catalogo di "Va' pensiero. Arte italiana 1984/1996", intitolato, non a caso, "Falso Movimento". Intendiamoci, però, questa situazione di stallo è da riferirsi a carenze strutturali del sistema e non al tasso di creatività espresso, negli esempi più attendibili, degli artisti presenti sulla scena, laddove si fosse voluta incanalare con criterio questa potenzialità.
Certo, essendo tutti noi legati, quanto a formazione, a un particolare passaggio epocale dove si è concretizzata la nostra vocazione, a contatto con gli umori di un'epoca, un critico venuto professionalmente alla luce in questi anni potrà obiettarmi la sua convinzione di vivere in un clima contraddittorio ma stimolante e per contro sconfessare un atteggiamento tendente ad aggrapparsi alle suggestioni di quegli anni '80 che hanno segnato la mia formazione. È indubbio, fatte salve le intatte energie fisiche e intellettuali, il fatto che, dopo quindici anni di attività, si tenda naturalmente ad abbandonare sfrenati giovanilismi per un atteggiamento di ironica "autostoricizzazione", considerata anche la patetica visione di molti colleghi coetanei che tale passato non vissuto se lo inventano di sana pianta, coll'ausilio di improbabili abbigliamenti, patetiche acconciature e ribellismi teorici da un tanto al chilo. Oltretutto, opporsi con fermezza a chi vorrebbe ingabbiare la disgraziata generazione dei "baby boomers", quella dei nati tra il '55 e il '65, in un limbo di eterna gioventù, è atto sano e doveroso, anche se bisogna ammettere che molte sono state le frecce concesse all'arco degli avversari, ad accrescere una già difficile situazione epocale.
Ma, tornando alla possibile obiezione prima evocata, credo che un operatore cresciuto nel clima di questi anni in grado di analizzare seriamente quanto avvenuto nell'ultimo quindicennio non possa non allinearsi, quanto meno in buona parte, alle mie posizioni. In realtà, ed è questa l'unica nota in grado di suscitare speranza, noto che, soprattutto nella più recente generazione di artisti, critici, galleristi, più che in quella a me coeva, principale complice e responsabile, con rare eccezioni, dello stato delle cose, questa consapevolezza serpeggia con un certo vigore. Occorre abbandonare le timidezze, il timore di finire fuori dai giochi, di non vedersi pubblicati da certe riviste, di rompere le omertà creando una rete che agevoli la circolazione di idee e di immagini. Prima di procedere a una disamina degli atteggiamenti che reputo responsabili del clima attuale, è opportuno proporre alcune riflessioni in merito alla situazione estetica e sociale del decennio giunto all'epilogo. Il clima di eclettismo instauratosi già a partire dagli anni '80 ha conosciuto un'ulteriore accelerazione, in termini sia di diversificazione e miscellanea stilistica sia di inflazione produttiva e hanno trovato conferma ed espansione le motivazioni sociologiche alla base della prima grande ondata del decennio precedente.
Il progressivo sfaldamento di quella civiltà industriale hardware caratterizzante lo spirito della modernità, la crescente diffusione delle nuove tecnologie, portatrici di un innalzamento del livello di qualità della vita ha generato, come inevitabile riflesso, la messa in discussione di numerose identità professionali insieme a un anelito di futuro, ancora indefinito ma ben vivo e presente. Si è notevolmente incrementato il tempo libero a disposizione di ognuno e le potenzialità occupazionali rispetto ad attività creative, e anche l'arte è stata ampiamente investita da questo stato di cose. Negli anni '80, ad amplificare l'onda lunga determinata da queste ineludibili cause epocali ci mise del suo l'"effetto Transavanguardia", cioè, al di là delle motivazioni teoriche che portarono all'ascesa di quel gruppo e, più in generale, dell'intero fenomeno del "ritorno alla pittura", l'erronea convinzione, imperversante con effetti talora grotteschi nella giovane generazione di allora, di come tutto sommato il successo fosse alla portata di tutti, purché abili strateghi venditori di sé stessi. Tuttavia gli anni '80, se paragonati all'oggi, furono una scena ancora non troppo inflazionata. Inoltre si manifestarono una serie di rinnovati fermenti creativi in parte contraddittori ma anche densi di positività disinibitorie rispetto all'esprimersi del proprio personale livello di protagonismo creativo, atteggiamento che trovava riscontro parallelo nelle profonde mutazioni sociali sopra citate.
Non voglio, lo ripeto, fare il nostalgico difensore d'ufficio di quel periodo, non vi è nulla da rimpiangere ed è fondamentale vivere saldamente ancorati al tempo in divenire, pena l'inaridimento della propria capacità di giudizio. Tuttavia, proprio in base alla necessità di coltivare la virtù appena citata, non può non suscitare perplessità la criminalizzazione di una fase storica. Che è poi, in omaggio a una ciclicizzazione delle mode manifestatesi negli ultimi anni, preludio a una più che probabile rivalutazione "revivalistica" di cui, non tanto per l'arte quanto per altri fenomeni di costume cominciano a intravedersi i primi indizi. D'altra parte come non ricordare che un simile fenomeno non molto tempo fa si verificava per gli anni '70, in questi anni viceversa esaltati rimpiangendo l'impegno sociale e politico di allora al pari di ampi strati di cultura "bassa", certo cinema pecoreccio così come reperti musicali che parevano relegati alla galleria degli orrori, un immaginario popolare da cui hanno passato a piene mani alcuni scrittori dell'ondata "pulp" e trasmissioni televisive di successo. Gli '80 segnano il momento in cui si assume consapevolezza di essere entrati in una fase di passaggio epocale, con gli onori e oneri che questo comporta. Da un punto di vista artistico prende corpo la tendenza, caratterizzante in modi e maniere sintoniche alle fasi storiche i vari 'fine secolo', di riflessione e rivisitazione degli stili che hanno caratterizzato lo scorrere del tempo.
Il Novecento, quanto a rivoluzioni linguistiche, ha rappresentato, con l'ingresso pieno nella contemporaneità, quanto di più radicale si potesse immaginare. Diretta conseguenza un frenetico eclettismo che pare voler inventariare, con scossoni e strappi violenti, tutto quanto è apparso agli occhi dei fruitori negli ultimi decenni. Dopo una prima fase di rivisitazione pittorica, reazione formale alle asprezze minimali del Concettuale, a partire circa dal 1984, data ormai unificante il consenso riguardo l'inizio dell'ultima fase, l'arte assume le sembianze stilistiche che la conducono ai nostri giorni. Sembianze derivanti non solo dalla propria fenomenologia ma anche dallo scenario sociale circostante, i cui mutamenti interessano prevalentemente i comportamenti della giovane generazione. Gli anni '80 segnano la crisi dell'appartenenza ideologica e, sul finire del decennio, con la caduta del muro di Berlino, viene a mancare quella suddivisione in blocchi contrapposti che aveva attraversato tutto il '900, per dare il via a una globalizzazione economica tale da suscitare profonde ripercussioni sul fronte artistico e culturale. In Italia appare sulla scena la generazione del '77, i già citati "baby-boomers", decisamente più sfortunata rispetto a quella dei fratelli maggiori "sessantottini", in grado di afferrare gli ultimi scampoli di stato sociale con conseguente garanzia del posto di lavoro, e di collocarsi in ambito politico, culturale, e nel mondo delle professioni su postazioni di potere in cui appaiono tuttora saldamente consolidati. La generazione successiva si affaccia sulla ribalta di un mondo ormai privo di certezze, dove è necessaria sempre più una buona dose di intraprendenza ed inventiva. Tutto ciò assume le forme di un atteggiamento individualista e, nei casi migliori, sanamente spregiudicato, curioso protagonista e non inerte spettatore delle mutazioni in atto. Una curiosità che abbraccia un ambito creativo dove le nuove tecnologie facilitano fenomeni di ibridazione. Artisti, musicisti, performers, videomakers, operatori teatrali, registi, pubblicitari e stilisti, un universo variopinto e attraversato da una febbre di felice frenesia ispirativa ed esistenziale, spesso e volentieri scambia esperienze e si suggerisce reciprocamente idee, nel tentativo di dar corpo a quella simultaneità estetica di futurista memoria. In quel periodo si delineò nettamente la svolta stilistica che caratterizzerà, con parziali mutazioni, anche il decennio in corso. Così come, per parlare di una pittura ancora elemento centrale del panorama, a onta dei reiterati preannunzi di morte, sarà in quegli anni che troverà piena giustificazione un atteggiamento teso ad abbracciare, da un punto di vista rappresentativo, il nuovo universo metropolitano e il rapporto esistenziale dell'artista con quest'ultimo. Allora, e non in questi anni, come vogliono farci credere taluni critici e galleristi, insieme a ignavi collezionisti, affannati esegeti dell'"arte giovane". I quali ci propinano con gran schiamazzo un manipolo di giovanotti che, per lo più, potrebbero discretamente rimpolpare le esangui fila dell'illustrazione e del fumetto d'autore, in difficoltà a rinverdire i fasti forse irripetibili, questa volta da tutti riconosciuti, dello scorso decennio, dove, con Frigidaire e altre pubblicazioni, si manifestò la creatività dei vari Pazienza, Liberatore, Scozzari, ma anche Carpinteri, Giacon, Igort, Mattioli e altri, con un corollario di forte interscambio con la coeva generazione di artisti.
Ma, naturalmente, non fu solo pittura. Varie linee stilistiche trovarono sviluppo coniugando l'esigenza storica della citazione con l'uso di materiali inediti, in genere i nuovi ritrovati plastici, come nel caso di alcuni dei "Nuovi Futuristi", si espanse un'area impegnata nel confronto con le nuove tecnologie, negli esempi migliori viste come elemento integratore e non fagocitante l'opera. Senza dimenticare uno sforzo di rinnovamento dei linguaggi della scultura e dell'installazione sia in direzione di un dialogo con la tecnologia che in una dimensione analitica e simbolica. Preludio di quella ondata, propagatasi tra il finire degli '80 e l'inizio del decesso successivo, generalmente definita "neoconcettuale". In realtà di spirito concettuale è intrisa un po' tutta l'arte degli ultimi anni, pittura compresa. Sin dal periodo prima citato, però, prende corpo una tipologia espressiva di ripresa dei temi dedicati all'analisi del linguaggio e del comportamento.
Ho avuto più volte modo di osservare come, all'interno dell'area "neoconcettuale", abbiano trovato ampio spazio, soprattutto nei primi anni '90, tutta una serie di operazioni che, al di là della scaltrezza nel confezionare prodotti esteticamente corretti, sono state, e sono, rivisitazioni "indifferenti" delle istanze più radicali del concettuale storico, pienamente giustificabili all'epoca, come parentesi di violenta eversione linguistica, molto meno ora. Fatta salva una fase iniziale in cui anche il sottoscritto venne decisamente incuriosito da queste nuove modalità, ad esempio il gruppo genovese di Viel, Sossella e Vitone, invitati a una rassegna svoltasi nell'estate del 1989 a Torre Pelice dedicata a una prima campionatura del fenomeno "neoconcettuale", così come le più o meno contemporanee prove dei "piombinesi" e, poco più avanti, i primi lavori di Eva Marisaldi e di alcuni artisti che si formano attorno alla galleria Neon di Bologna. L'iniziale interesse, stigmatizzante un atteggiamento non preconcetto, cedeva presto il passo a una sorta di irritazione nel vedere questi artisti, certo non solo quelli prima citati ma un'area che cresceva in maniera esponenziale, premere l'acceleratore verso uno stile autoreferenziale e regressivo, compiaciuto nel rivendicare una sorta di "verginità" dell'autore del tutto impropria in questo fine secolo. La figura dell'artista viene interpretata, da questi autori, in una accezione quasi neoromantica, dove si estremizza la rappresentazione del proprio io, con una esaltazione della propria dimensione intima, e un appiattimento completo sul reale, come a denunciare la completa impossibilità di incidere su quest'ultimo e riproponendo, svuotato da qualsiasi senso utopico, il celebre binomio tra arte e vita. Il tutto contraddetto, però, da un autocompiacimento intellettuale e da un esclusivismo da iniziazione massonica che svela, in realtà, la consapevolezza di giocare sul tavolo dell'arte, un vero e proprio "bluff", supportato ulteriormente dall'autoconvincimento di essere nel giusto. Molti dei presupposti sviluppati da quell'area artistica hanno in realtà piena ragion d'essere. La capacità di esercitare il sempre più desueto esercizio della critica non è certo sinonimo di negazione della realtà. Il cosiddetto "neoconcettuale" è esigenza compatibile con il clima di citazione di questi anni, in quanto non si può certo ignorare, nei processi di sedimentazione della memoria, un fenomeno artistico che ha sancito l'apice dello sviluppo dell'avanguardia novecentesca. Il problema, da me più volte evidenziato, sta nell'atteggiamento con cui si risponde a questa esigenza. In una società sempre più "esteticizzata" e, a modo suo, "artistica", dove la comunicazione assume carattere invasivo, l'arte, come disciplina capace di una certa specifica autonomia viene a trovarsi in palese difficoltà. L'alternativa all'arrendersi senza condizioni fondendosi all'interno del reale, è quello di prendere le distanze con l'unico atteggiamento possibile, sintonico a quello che è il genius loci italiano, caratterizzato da un'ironia dissacrante e creativa. Atteggiamento che ha contraddistinto una serie di artisti a me particolamente cari, per cui, grazie alle intuizioni del gallerista Angelo Falzone, si è coniato, in Germania, il termine di "Concettualismo ironico italiano", impiegato per una serie di mostre, personali e collettive, ultima delle quali la scorsa estate presso il Museo di Kiel.
Non trattandosi, intelligentemente, di un gruppo vincolato da rigidi dogmi di appartenenza, quanto di varie personalità che ritengono opportuno unirsi in determinate circostanze, al nucleo "originale", formato da Antonio Riello, Corrado Bonomi, Antonella Mazzoni, Francesco Garbelli, Giovanni Albertini, Alessandra Galbiati, Dario Ghibaudo, si aggiungono altri artisti dotati di sintonia stilistica quali Plumcake, Mercurio, Enrica Borghi. Una apertura di credito europea significativa e controcorrente perché indirizzata, sin dai primi anni '90, verso un'area artistica e teorica assai poco supportata dalle riviste d'arte e dai vari gruppi di pressione che tanto danno, secondo me, hanno apportato alla credibilità del nostro panorama artistico. Ma anche altri artisti sono riusciti a imporre il proprio lavoro all'interesse generale, avvalendosi di una circolazione quasi "carbonara", dove, in questo caso, un ruolo importante è stato ricoperto dagli operatori del nord-est. Ad esempio due pittori di grande qualità come Aldo Damioli e Antonio Sofianopulo, e altri autori come Carmine Calvanese, Mario Marucci, Walter Bortolossi, Karin Andersen, Vinicio Momoli, Carlo Bach, Fathi Hassan, Gabriele Lamberti. Il tutto verrebbe a confermare quanto il sottoscritto ha con tenacia ribadito in ogni occasione possibile nel corso degli ultimi anni, cioè l'abbinamento vincente tra il senso di ironia prima citato e il suo corrispondente formale, individuabile in quell'eclettismo che Luigi di Matteo in una recensione di recente pubblicata su Segno ha simpaticamente definito il "tormentone dimauriano". Eclettismo in questo caso sottendente un atteggiamento in cui varie opzioni stilistiche convergono verso un unico punto, individuabile nell'analisi oggettuale, che si cimenta sia con lo stile pittorico, evocativo e simbolico, che coll'estroversione tridimensionale.
Ma, dicevo in apertura, con questo intervento mi preme, porre l'accento su tutta una serie di problematiche strutturali e di comportamento da cui il sistema dell'arte italiana è affetto da un decennio abbondante. Problematiche che si innestano all'interno di una congiuntura generazionale di per sé poco propizia. Infatti, oltre a collocarsi in una fase delicata di "fine secolo" che è comunque male, o anche stimolo, estensibile all'universo mondo, in Italia, gli operatori nati successivamente al '55, quale sia la loro posizione, ma in maniera più accentuata artisti e critici, scontano il venire dopo situazioni di estremo peso specifico per nulla disposte a cedere facilmente il passo. Non a caso un po' in tutti gli ambienti sociali, anche quelli creativi, con l'eccezione dei settori dove è geneticamente impossibile, quali lo sport e, parzialmente, la musica, si denuncia con forza una gerontocrazia imperante. Citando un esempio personale ma valido a comprendere meglio determinati meccanismi, al sottoscritto, dopo un triennio di esperienza nel Comitato Direttivo dei Musei di Torino, circostanza questa ignorata da tutti gli organi di informazione artistica con l'eccezione del "Giornale dell'Arte", trentotto anni di età anagrafica di cui quindici spesi nell'organizzazione di mostre e un'esperienza maturata in alcuni dei principali spazi pubblici italiani è stata rigettata una, credo, più che legittima e naturale candidatura alla direzione artistica della torinese Galleria d'Arte Moderna perché "troppo giovane". Motivazione espressa sotterraneamente in quanto, pur essendo la mia l'unica candidatura presentata in ottemperanza al bando di concorso internazionale, nessuno si è preso la briga -meglio sarebbe dire il dovere- di formulare una motivazione ufficiale alla bocciatura o predisporre un'audizione. Al di là delle contingenze torinesi e di una situazione cittadina attuale per nulla confortante che, dietro una vivacità di facciata, nasconde subdolamente la volontà di massacrare tutto quanto è reale espressione del contemporaneo, pallida figlia degli entusiasmi e delle ardite ipotesi programmatiche di qualche anno fa, l'episodio in questione, al di là dell'ovvio livello di coinvolgimento personale, mi appare sintomatico di una condizione generale di difficoltà nell'accedere alle leve da dove, per usare un termine del gergo politichese "governare il cambiamento". Alcuni episodi, come la mia permanenza triennale nella direzione collegiale torinese, e le recenti nomine di Vittoria Coen a Trento, Valerio Dehò a Reggio Emilia e Sergio Risaliti nel nuovo centro di Siena, questi ultimi colleghi seri ed estranei al petulante chiacchiericcio della critica negli ultimi anni, spero siano concreti segnali spendibili su base più allargata nel prossimo futuro e non eccezioni che confermano la regola. Senza dimenticare un altro elemento negativo radicato nelle scarse strutture museali e in generale nelle modalità dell'intervento pubblico sull'arte contemporanea nel nostro paese. La presenza di un ceto burocratico di dirigenti amministrativi e funzionari che, non paghi di rivestire un ruolo di per sé importante e, spesso, neppure mal retribuito, tendono a sconfinare dal loro ambito per assumere le funzioni dei professionisti del settore, il tutto con la complicità di sindaci e assessori, spesso passivi per ignavia, scarsa esperienza politica o semplice indifferenza ai destini dell'arte contemporanea, da sempre brutta gatta da pelare e raramente foriera di grossi exploit numerici, tali da accrescere la famigerata "immagine". Sempre per citare il mio vissuto, mi scuso per questo ma credo che informazioni su quanto avviene a Torino siano interessanti per l'intera scena italiana, nella mia citata esperienza ho dovuto lottare contro l'ostilità e i mille lacci e lacciuoli posti sul cammino dai dirigenti del Settore Musei che, non esito a dirlo, sono i veri deus ex machina del panorama artistico subalpino. Una delle tesi più sconcertanti, certamente non richiesta neppure dai diretti interessati, era quella che affermava l'assunto per cui Torino non deve intervenire strutturalmente nel contemporaneo perché tanto "c'è già Rivoli", con l'eccezione di effimere, costose e, secondo me, del tutto inutili così come organizzate, manifestazioni come la "Biennale Giovani Artisti".
Il potere di questi personaggi è tale al punto da condizionare gli eventi, anche quelli indubbiamente positivi, a loro piacimento. Ad esempio lo stanziamento di ottocento milioni per nuove acquisizioni deliberato dalla Giunta Comunale alcuni mesi fa, evento segnalato giustamente sulle pagine di questa rivista da Ivana Mulatero, fatto approvare in sede di Direttivo dal sottoscritto è stato, con mille scuse, posticipato ad arte di un anno abbondante per motivi che non bisogna essere troppo maliziosi per comprendere. Vi è peraltro, pur con indubbie e rare eccezioni, la tendenza generale, in Italia, a privilegiare, rispetto a un lavoro serio e incisivo, anche se non facile, sul contemporaneo, l'allestimento di mostre storiche spesso scientificamente discutibili, quasi sempre preconfezionate e importate, in cui nomi di spicco come Chagall, Modigliani, Renoir, fungono da specchietto per le allodole al solo fine di richiamare le folle. Naturalmente la politica espositiva di un importante centro non può limitarsi al contemporaneo, ma c'è modo e modo.
Ma rifocalizziamo l'attenzione sui problemi generazionali prima citati. Dal punto di vista artistico in Italia è indubbiamente un peso non indifferente venire a ridosso delle due grandi ondate dell'Arte Povera prima, di Transavanguardia ed area affine poi. Questo certo non solo per la qualità del prodotto. Il problema è soprattutto quello del forte radicamento di un sistema di potere abbinato, o meglio lo preciserò dopo, all'incapacità di aggirarne meccanismi che mostrano da tempo più di un segno di usura. La critica d'arte a me coeva soffre indubbiamente la difficile eredità di personaggi, tra loro estremamente diversi, come Celant, Bonito Oliva, Barilli, per citare la triade di maggior spicco, con il primo abilissimo stratega nel determinare e perseguire il successo del suo gruppo con una rete di alleanze internazionali il cui fine attuale, sebbene credo che anche questo ciclo si stia avvicinando alla sua inevitabile conclusione, è teso al ritardare il più possibile, in Italia, un concreto ricambio generazionale. Non illudano le personali del Castello di Rivoli, come quelle recenti di Cattelan e Toderi o la presenza del primo all'interno del Padiglione Italiano dell'ultima Biennale di Venezia. Celant ha inaugurato, nella seconda metà degli anni '60, la stagione della critica militante italiana ponendo in essere un preciso insegnamento, i cui fondamenti sono rinvenibili nell'attuale ondata dell'arte inglese.
Attualmente le scene artistiche nazionali si possono imporre solo con una iniziale logica di gruppo. Non sono i casi singoli di Cattelan o Toderi, a modo di vedere non solo mio nemmeno tra i più rappresentativi del nostro panorama, neppure Vanessa Beecroft (più interessante, ma secondo me italiana solo sulla base di una presunta residenza anagrafica) ed ancor meno le varie meteore neoconcettuali degli anni '90, uniformate a un linguaggio internazionale "politicamente corretto", a creare i presupposti per un consolidamento della situazione. Ma non è solo la generazione "storica" della critica militante a creare problemi, in questo caso giustificabili dal fenomeno dei cicli epocali e quindi in parte tollerabili. Ancora più perniciosi gli effetti dell'azione di quella definibile come la "generazione dei cinquantenni", figliastra della precedente, ed in maggioranza legata strettamente o per niente ostile a Celant. Il quale, in virtù di una concezione feudale del vassallaggio, ha di fatto, in questi anni, strettamente controllato la situazione, insinuando nelle poche istituzioni museali italiane di rilievo i suoi fedeli, stringendo poi rapporti di non belligerenza con l'ondata neoespressionista. Troppo gentiluomo Barilli e troppo individualista Bonito Oliva per prodursi in qualcosa di simile. Ecco perché i vari Castagnoli, Eccher, Gualdoni, Corà, per citarne alcuni, pur se dotati di buona preparazione, in generale null'altro hanno prodotto se non atti tesi al mantenimento dello "status quo" o, tutt'al più, finalizzati alle proprie personali ambizioni, senza introdurre alcun margine di rischio nelle programmazioni. Programmazioni basate o su rivisitazioni di taglio storico (talvolta interessanti ma sostanzialmente innocue per chi si pone in un'ottica di lettura del contemporaneo) o su iniziative sintoniche a quel sistema di potere internazionale di cui Celant è uno dei principali garanti. Tanto di cappello, peraltro, al critico genovese che difende tenacemente la sua storia e i suoi artisti.
Sicuro è che la mia generazione ha fatto di tutto per agevolare questo stato di cose. La generazione degli anni '80, quella che, oltre al sottoscritto comprendeva vari nomi di belle speranze quali Perretta, Di Pietrantonio, Alfano Miglietti, Vettese, Ciavoliello, Cocuccioni, Torri, Tosi, Daolio, per citare alcuni, dopo un promettente inizio, sia in termini teorici che comportamentali, e una solidarietà generazionale da non confondere con la "collettivizzazione" del pensiero, atteggiamento spesso riscontrabile in tempi recenti, non seppe nel complesso reggere, al di là della rispettabilità dei percorsi individuali, all'onda negativa che si manifestò sul finire dello scorso decennio. Di fronte a una situazione di nuova critica e nuova arte, per parafrasare il titolo di un convegno organizzato nell'ormai lontana estate del 1986, che stava mostrando la propria competitività, alla reazione di un sistema per nulla desideroso di essere scalzato da posizioni di potere ormai fin troppo lungamente sedimentate e già allora suscettibili di giusto ricambio, la maggioranza dei miei colleghi oppose una reazione passiva, accettando la connivenza con le riviste capofila del "nuovo" conformismo e della disinformazione, Flash Art in testa, alla quale va riconosciuta comunque la lunga e spesso importante storia, al contrario di vari cloni "in sedicesimo" ammirati in questi anni, ed assecondando l'incapacità delle gallerie di compiere precise e utili scelte di campo. Questo in cambio del quieto vivere e di una visibilità di facciata. Il sottoscritto, che all'epoca non accettò questo stato di cose, venne fatto oggetto di una vergognosa campagna diffamatoria, della cui reale portata mi sono pienamente reso conto di recente, grazie a una serie di testimonianze posteriori, da cui riuscii a liberarmi appieno, ma non senza fatica.
Interessante sarebbe che, sulla base di questo intervento, dove certo non mancano spunti polemici utili alla discussione, sulle pagine di Juliet si aprisse un ampio e articolato dibattito. Quanto è mancato in questi anni è stato il gusto del confronto intellettuale, sostituito dalla pavida omissione delle notizie poco utili al proprio orticello o conventicola e, viceversa, dall'esaltazione ipocrita di quelle gradite. Ma esiste sempre un punto di non ritorno, ed è probabilmente stato raggiunto dal libretto del duo Beatrice & Perrella, ma penso che il principale responsabile sia il primo, "Nuova arte italiana" testo che, per la superficialità dei contenuti culturali e le carenze informative è stato in grado di impressionare in negativo anche operatori vicini generazionalmente alla coppia. Tra le varie chicche mi preme sottolineare come Beatrice, dopo aver dichiarato l'intento di stroncare per iscritto il mio progetto di "Va' pensiero", cosa questa pienamente legittima purché solidamente argomentata, l'abbia poi incredibilmente omessa dal resoconto delle principali mostre del 1997 dedicate all'ultima generazione italiana. Certo, Luca Beatrice assume in questo momento su di sé strali che andrebbero estesi a una assai ampia compagnia, ma paga il fatto di dichiarare le carenze dell'informazione giornalistica sull'arte contemporanea per poi praticare, addirittura in peggio, gli stessi peccati. Dopo le istituzioni, la critica e l'informazione, non si può non segnalare il quasi completo fallimento delle gallerie italiane dell'ultima generazione, incapaci in questi anni di operare una disamina onesta e riflessiva sui valori artistici emersi, di esercitare una selezione, favorendo il proliferare di una massa di artisti deboli ed epigoni, nel cui polverone si sono oscurati, anche in termini di valore di mercato, le personalità migliori. Altra grande colpa il non aver aver saputo valorizzare le individualità di critici seri e motivati, in grado di sviluppare autonomia di pensiero e di organizzazione, incoraggiando viceversa la massima autoreferenzialità e improvvisazione in questo vitale settore, salvo poi, come avviene a Torino, lamentarsi, non si sa se per faccia tosta o reale ignoranza, dell'assenza di critici "militanti". Che cosa rimane, quindi, di questi anni '90? La sensazione di avere sprecato tempo, occasioni e, soprattutto energie intellettuali. Anche la speranza, però, di essere giunti alla fine di un periodo sofferto ma, forse, necessario, utile a una crescita futura, come una serie di indizi e sensazioni, inducono a credere.
Edoardo Di Mauro
Gennaio 1999

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