L'edicola digitale delle riviste italiane di arte e cultura contemporanea

::   stampa   ::   Invia
  ::   playlist   ::   Commenti

Juliet Anno Numero 87 apr-magg 98



SCORIE DEL QUATERNARIO

Gennaro Castellano



Art magazine
ARTICOLI DAGLI ALTRI NUMERI

Biennale Marrakech
Emanuele Magri
n. 168 giugno-luglio 2014

Andreas Zingerle
Gianluca Ranzi
n. 167 aprile-maggio 2014

Brigitte Vincken
Jonathan Turner.
n. 166 febbraio-marzo 2014

Carlo Fontana
Giulia Bortoluzzi
n. 165 dicembre 2013-gennaio 2014

Karlsruhe ZKM
Emanuele Magri
n. 164 ottobre-novembre 2013

Jacopo Prina
Alessia Locatelli
n. 163 giugno-luglio 2013


La storia del futuro non è forse quella del divenire sintetico della natura? E non è ormai chiaro che il mondo se ne frega altamente di tutti gli sforzi di migliorarlo? Allora, il ritratto del tempo in divenire, le mie nature morte!
Glaciali involucri, belli e colmi di vuoto. Un vuoto mozzafiato, pari solo a quello provocato in noi dalla mancanza improvvisa di qualcosa che ci è appartenuto e che abbiamo molto desiderato. Esse, in un certo senso, negano la pittura e il suo secolare scopo: rappresentare. La pittura supera infine l'imbarazzante e obsoleto compito di dover narrare. Attraverso l'analisi -che per me consiste nella complessa operazione di eliminare il superfluo- ecco individuata l'area del puro apparire, resa possibile l'epifania. Tutte le immagini possibili sono nature morte, anche quelle prodotte dal pensiero.
Probabilmente, oggi, rappresentano il mondo molto meglio le migliaia di fotografi e videomakers, ognuno con il suo piccolo e grande universo "All by myself", che sommato a quello degli altri forma un grande arazzo dell'epoca: un arazzo appunto.
Per come la vedo io sarebbe meglio se le opere dell'arte facessero, il più possibile, riferimento a sé stesse (e naturalmente alla linea programmatica degli autori), che i collegamenti tra esse fossero preferibilmente di natura strutturale e poetica. Le questioni, senza dubbio interessanti dell'ambiente, del consenso, dell'attraverso chi -se si guarda con attenzione a come sono andate le cose- sembra che finiscano, più che altro, per svuotare le opere e indebolire gli artisti. Che il potere celebri sé stesso, poi, non mi sembra una novità. È sempre stato il gioco che gli è riuscito meglio.
La fine della Storia, tomba dei valori formali e sostegno teorico del dato isterico, sembra che abbia tempi più lunghi del previsto e al presente interessa al massimo il futuro prossimo. L'autoreferenzialità è ancora l'unico porto sicuro, sia se a produrre l'opera è un singolo, sia se è una società. La realtà è autistica. Come il linguaggio si trasforma in metalinguaggio o per dirla meglio con un verso di Valerio Magrelli: "Si parla ormai solo del parlare", così la pittura non può che ri-dipingere, coprire con uno strato di colore, la pittura che non c'è più. La soluzione potrebbe consistere in una sorta di Rest Aur Azione: la restituzione cioè di un'azione aurea.
Affermo quindi il valore -concettualmente contro corrente- della mia scelta di usarla come mezzo espressivo o per meglio dire inespressivo.
L'attenzione esasperata, con cui oggi buona parte dei media e del mondo dell'arte guarda alle nuove tecnologie d'immagine, lascia alquanto perplessi. Come se l'uso di nuove tecnologie avesse di per sé un valore. Come se l'arte fosse la tecnica. È chiaro che il sistema e le sue istituzioni hanno l'obbligo di fare il punto, di essere ancorati al presente, al mercato. Agli artisti invece resta la libertà d'azione, il compito di fare un passo avanti, in antitesi col presente. Il progresso tecnologico procede a ritmi così veloci e c'è il rischio che ogni novità passi subito di moda. Non sottovaluto per niente tutte le possibilità che offre la tecnologia, anzi le sfrutto, pur preferendo, in ogni caso, la logica tecno. Questa è ancora vita.
Non appartiene, in ogni caso, al mio modo di pensare che sia il mezzo a fare la differenza. C'è chi sostiene che oggi la pittura non può essere che nomade e ciò, in teoria, suona giusto. Io almeno mi ci ritrovo. Ma si potrebbe andar oltre e immaginare possibile che nomade, se non addirittura corsaro, sia il fare degli intellettuali tutti.
Nel mio lavoro, miei sono l'idea, il progetto e la messa a punto del procedimento tecnico; la realizzazione pratica è spesso, invece, un lavoro di èquipe che condivido con collaudati assistenti. I miei quadri sono, prima di tutto, riflessione ed esercizio di stile. C'è consapevolezza e quindi silenzio. Essi aspirano essenzialmente a piacere.
Come una candida ninfetta che scopre l'amore e ripete... ancora, ancora, di più! Più che essere capita vuole piacere sempre di più.
Ho scelto di non produrre, né immettere sul mercato un numero eccessivo di opere. Il mio è stato e resta un lavoro per un pubblico selezionato ed è collocato -grazie ad alcune giuste entrées- in buone e ottime collezioni italiane.
Se dovessi individuare una linea ideale cui collegare la mia ricerca, limitandomi al solo '900 italiano, mi parrebbe quasi ovvio partire da autori come Morandi, Sironi, Carrà, per il rigore formale del loro lavoro, passare per l'universo concettuale di Burri e Fontana, per giungere poi alle algide forme di Spalletti e ai matematicamente perfetti lavori di De Dominicis. Il senso di questo percorso è individuabile nell'idea fondamentale che l'opera d'arte sia, essenzialmente, prova tangibile di un'operazione logica e di un calcolo che si sono dimostrati esatti, oltre che un escamotage intellettuale. E non è tutto qui.
In passato il binomio che ha meglio contraddistinto l'arte era sostanzialmente: Pensiero e forma, che io non darei così facilmente per spacciato. Alcuni oggi, non senza ragione, lo sostituiscono con quello più smarcato di: Pensiero e comportamento, formula chiaramente duchampiana, che si adatta benissimo a coloro che scelgono di non formalizzare. È chiaro però che a voler essere, almeno in parte coerente, si direbbe: niente da formalizzare, niente da vendere.
L'aspetto sicuramente positivo è che questa mentalità favorisce, di fatto, una selezione.
Mi è capitato di leggere uno slogan attraente e insidioso che, di tanto in tanto, mi torna alla mente: "Le contraddizioni sono ovunque", come a dire, inutile stare a insistere con la storia della coerenza e simili sentimentalismi; contano solo i fatti. Nel caso degli artisti, per esempio, l'essere nelle situazioni giuste.
Come non riconoscere a questo ragionamento una notevole dose di buon senso e anche di verità. Chiaro che conta l'esserci, il "come" può diventare una questione veramente secondaria.
Ecco che così vacilla l'idea di "autore" e la sua disciplina autoritaria. Tutta fatica e tempo sprecati. Ma, ironia della vita, coloro che operano questa svalutazione, possono farlo solo dal piedistallo della loro ultima pubblicazione, con tanto di nome e foto.
La questione non è morale e non più solo comportamentale, piuttosto statistica. Se, invece, si aspira alla riconoscibilità e originalità della propria ricerca, può giovare andare controcorrente. Il percorso sarà più lungo e faticoso ma senz'altro meno affollato. Quello dell'arte come propaganda di sé stessa è un territorio lasciato pressoché incolto, pochi ci mettono le mani. Dunque c'è spazio.
L'atmosfera che si respira è quella della sospensione, non ci sono regole fisse e il gioco consiste proprio nel continuo superamento di ciò che si è appena affermato.
La frequentazione con le cose dell'arte e con la cultura in generale può aprire gli occhi sulle questioni formali, strutturali, sulle esigenze sociali ed epocali e tutto questo può avvicinarti molto a un risultato originale, ma l'ispirazione è un dono naturale che se non ti appartiene intimamente, alla tua opera mancherà sempre qualcosa. L'ispirazione è anche ciò che ti metterà contro buona parte della società a cominciare dalle donne e dagli amici, nessuno la sopporta negli altri! Se ce l'hai nascondila anche a te stesso, c'è il rischio di rendersi odiosi ai propri occhi. È destabilizzante, mina le certezze altrui, non rispetta le regole, non sa stare al gioco!
In passato -e intendo fino alle avanguardie storiche e moderne- l'artista spesso assumeva atteggiamenti anti-borghesi e di superiorità, rappresentava per la società un modello alto, capace all'occorrenza di rinunciare alle lusinghe del denaro e del successo, perché sostenuto da valori spirituali (i Solus Rex erano comunque sempre pochi). Oggi il suo ruolo sembra essere quello di colui che marca una differenza, nel bene come nel male. Non è migliore degli altri, è diverso! Non mi sentirei di affermare che lo sia nel DNA, ma nella forma fisica come in quella psichica. Più che un modello è una cavia. È interessante vederlo alla prova, come reagisce, come si comporta, se riuscirà a sostenere fino in fondo la sua parte. Una bestia rara.
Il mondo dell'arte è una struttura piramidale: più avanti si va e più il cerchio si stringe e non è solo una questione di carriera. Il percorso personale spesso prescinde dalla volontà dei singoli e partecipa di un progetto più ampio. Per dirne una: mai come oggi le ambizioni personali vanno di pari passo con quelle nazionali.
Claude Monet diceva Il faut décourager les arts, che è una bella battuta, profonda e mondana. Probabile, infatti, che siano proprio i "no" a sbloccare situazioni complesse, più dei "sì". Il no, entro un certo limite -in verità non così facile da stabilire- provoca sospensione, congela gli eventi, preserva da passi falsi.
In amore, per esempio, la soluzione e la seduzione spesso consistono nel far seguire a un no strategico un sì inatteso, senza calcolo e senza condizioni.

  Share