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Juliet Anno 26 Numero 130 dicembre 2006



Douglas Gordon

Elisabetta Longari

Intervista



Art magazine


Copertina di Rem Koolhaas

Ugo Rondinone di S. P. Gorney

Danilo Eccher, intervista di Luciano Marucci

Livio Radin, intervista di Roberto Vidali

Rodney Graham di G. Pixi

Douglas Gordon di Elisabetta Longari

Tony Cragg di Annibel Cunoldi Attems

Rubrica di Vegetali Ignoti

Rubrica di Angelo Bianco

ecc., ecc.
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Play Dead, Real Time” 2003, video-installazione, © Gagosian Gallery, New York (Chelsea); courtesy MART

L’autore davanti a A trough a looking glass, © Gagosian Gallery (SoHo), New York, 1999; courtesy MART

24 Hour Psycho 1993, videoinstallazione, © Musèe d’Art Moderne de la Ville de Paris, Parigi (2000); courtesy MART

Ho incontrato Douglas Gordon al MART in occasione dell’inaugurazione della sua prima personale italiana in una sede pubblica. Il titolo dell’esposizione, prettymucheverywordwriten, spoken, heard, overheard from 1989..., deriva dall’opera che l’artista ha concepito appositamente per il museo costruito da Mario Botta, e più precisamente per il amminamento che collega l’area delle mostre temporanee a quella della collezione permanente. Fortunatamente il museo ha in progetto di acquisire l’opera in modo che non venga rimossa una volta terminata la mostra. Tornando al titolo, esso sottolinea del lavoro di Douglas la natura di pastiche“antologico”, la matrice autobiografica e la forma di work in progresso che conseguentemente assume. L’insieme della sua opera consiste appunto negli esiti “temporanei” di operazioni di “montaggio” e “rimontaggio” in modo sempre nuovo dei diversi materiali, testi verbali o visivi indifferentemente propri o altrui.

E.L.: Nella centralità della “figura” del montaggio all’interno della tua pratica artistica non si può che riconoscere una vocazione da regista cinematografico, e mentre lo dico perso a Godard e al suo ricchissimo recente contributo: Histoire(s) du cinema, uno splendido esempio di “ipertesto” che attiva uno strabiliante numero di sollecitazioni di ogni genere.
D.G.: Posso capire, ma io mi sento più legato alle esperienze cinematografiche di Guy Debord...

E.L.: ...Posso capire. In effetti basta entrare nell’angolo dell’installazione intitolata pretty much every film and video work from about 1992 until now, to be seen on monitors, some with headphones, others run silently, and all simultaneously , che fa in certo modo da specchio nel linguaggio visivo al lavoro nel deambulatorio con le frasi e le parole, per avere chiaro che il tuo non è un lavoro a tesi ma più anarchico... Quella costruzione di numerosi monitor televisivi alla (Nam June Paik) in cui passano tanto le immagini delle esperienze cinematografiche che ti hanno segnato quanto quelle dei tuoi lavori video in cui il tuo corpo è fortemente implicato nell’azione, questo “coro” di immagini consegna allo spettatore, alla sua strumentazione cognitiva e al suo “sentimento”, il ruolo d’imprescindibile dispositivo per l’attivazione dell’opera.
D.G.: A costo di sembrare presuntuoso, egocentrico e megalomane, ma non lo dico in quel senso, il mio lavoro può essere definito, prendendo spunto da Histoire(s) du cinema, come Histoire(s) de moi.
Quanto al deambulatorio, quel lavoro, che sembra un grande story-board, usa i testi per attivare uno spazio che nella percezione del visitatore è in certo modo “neutro”, destinato al passaggio da una dimensione espositiva a un’altra, uno spazio che fin qui non è mai stato usato a scopi espositivi... I miei testi sono qualcosa di privato e personale, particolare e quotidiano. Sono un po’ come per esempio quando inciampi in qualcosa di inatteso... come quando esci di casa ed entri in ascensore; stai scendendo e qualcuno entra in ascensore e senti una canzone che esce dal suo iPod e riconosci quella canzone o una sua frase... È semplicemente qualcosa che all’improvviso attiva un nesso.

E.L.: La tua “immissione” ha provocato un effetto rafforzativo dello spazio: il risultato è che il visitatore, o almeno, quel “campione” di visitatore che io sono, pone molta più attenzione all’architettura di
Botta e alla sua relazione con il paesaggio esterno da quando è sollecitato dalle “tue” frasi a muovere la testa in ogni direzione per catturare frammenti di significati fra i più diversi. Certo, siamo prima di tutto frutto del proliferare dei messaggi e delle immagini che fanno parte costitutiva del formarsi del nostro sguardo sul mondo. Apprezzo molto il tuo modo di studiare e sottoporre all’attenzione i meccanismi percettivi... Sveli la complessità, l’ambiguità della percezione e l’importanza imprescindibile del contesto.
D.G.: A proposito del contesto... Assodato che io credo in SERENDIPITY (la congiuntura di piacevoli circostanze), vorrei che la mia mostra al MART venisse considerata alla luce del fatto che siamo in Italia, dove, è testimoniato da diverse foto in catalogo, ho speso diversi periodi nell’arco della mia vita, di vacanza durante l’infanzia e di lavoro nell’età adulta. Significativa a suo modo è anche la contiguità espositiva con Klimt e i pittori secessionisti, anche questo fatto sembra avere una sua logica gratuita e felice... Ma certamente attraverso il mio lavoro, che ha una relazione evidente con il quotidiano e il suo lato più prosaico, mi interessa comunque disorientare... o, meglio, più che l’idea del disorientamento in sé, mi interessa il passaggio dalla familiarità al disorientamento...
Intorno a noi che parliamo altre persone stanno aspettando il loro turno per avere un incontro diretto con l’autore e allora accenno a congedarmi, quindi Douglas col pennarello rosso a punta grossa sul frontespizio della mia copia del catalogo della sua mostra traccia una croce tridimensionale su cui scrive la parola “CINEMA”, sotto quel simbolo lo “slogan”: “RAISE THE DEAD!”. Sorrido e mi accorgo, lasciando la mia postazione, di sentirmi interdetta, come sospesa.
Certo le mie limitate conoscenze della lingua inglese non consentono di uscire in modo soddisfacente dalla domanda: Chissà in che senso è da intendere quello strano intervento di Douglas sulla pagina del mio catalogo? ...La poetica del perturbante, come giustamente suggerisce Giorgio Verzotti nel testo in catalogo, è un argomento di grande rilevanza nel lavoro di Douglas Gordon. Che quella frase ne sia parte essenziale?

(“prettymucheverywordwritten,spoken,heard,overheardfrom1989...” al Mart - Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, dal 7 ottobre 2006 al 21 gennaio 2007).

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