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Juliet Anno 24 Numero 123 maggio 2005



Intervista a Philip Rylands

di Carlo Piemonti

Direttore della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia



Art magazine
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Jackson Pollock, Enchanted Forest, 1947. Oil on canvas, 221.3 x 114.6 cm.

Rene Magritte, Voice of Space (La Voix des airs), 1931. Oil on canvas, 72.7 x 54.2 cm.

Mark Rothko, Untitled (# 17), 1947. Oil on canvas, 47 3/4 x 35 1/2 inches

Lei si è laureato a Cambridge con una tesi sul pittore veneziano Palma il Vecchio e dal 1979 è Direttore della "Collezione Peggy Guggenheim" di Venezia: da dove parte la passione di un inglese per l'arte e la città di Venezia? Hanno forse contribuito le vedute londinesi di Canaletto?
"Non Canaletto, ma Tiziano. Ho studiato all'Università di Cambridge l'età di Tiziano con Michael Jaffe e Charles Hope. Poi, visitando Venezia per la prima volta nel 1970, mi ha molto colpito sia la Biennale (ricordo particolarmente le opere di Agostino Bonalumi nel Padiglione Italia) sia la mostra di Rothko a Ca' Pesaro".

I suoi interessi culturali, dall'arte rinascimentale si sono progressivamente spostati verso l'arte contemporanea: un fattore scatenante è stata la conoscenza della famiglia Guggenheim? "Studiavo arte moderna anche a Cambridge e le mie prime fughe a 17 anni dal collegio di Oxford, per andare a Londra, erano per vedere mostre di Magritte e Léger".

Con quali propositi culturali e gestionali prese in carico la direzione della Collezione Peggy Guggenheim?
"Alla morte di Peggy Guggenheim nel 1979, la Fondazione dello zio, Solomon R. Guggenheim (al quale la Signora Guggenheim aveva già in vita donato sia il palazzo sia la collezione di oltre 300 opere d'arte) non aveva un business plan. C'era tuttavia il desiderio da parte del direttore della Fondazione -Thomas M. Messer, proprio colui che mi diede questo incarico- di aprire il museo nella primavera del 1980, come avrebbe fatto Peggy Guggenheim (che ogni estate apriva la sua casa-museo al pubblico, dal 1951). Quindi un primo elemento guida nella gestione fu la continuità. A parte il prestito di pochi arredi, la stessa Peggy Guggenheim aveva dato un chiaro segnale che la sua casa diventasse il museo della sua collezione: già nel lontano 1939, quando cominciò a collezionare arte moderna, la sua intenzione era di aprire un museo, non a Venezia ma a Londra.I primi cinque anni furono dedicati innanzitutto alla conversione della casa in un museo (restauro del palazzo, climatizzazione, illuminazione, catalogazione e così via); soltanto nel 1985 iniziò un programma di mostre espositive, con Fred Licht -noto storico dell'arte e anche lui amico di Peggy Guggenheim- come curatore, assieme a Thomas Messer. Nel frattempo, un'altra sfida fu il finanziamento dell'attività, in quanto la Signora Guggenheim non lasciò nessun fondo di dotazione. Nei primi anni molto sostegno venne dalla Regione Veneto, dal Comitato Consultivo della Collezione, dalla Legge Speciale per Venezia e da un consorzio di banche guidato dalla Banca d'Italia e dall'Associazione Bancaria Italiana, diretta da Felice Gianani".

Oltre alla Collezione di Peggy e al Museo Solomon R. Guggenheim di New York, ci sono anche le sedi di Bilbao, Berlino e Las Vegas: si vuole istituire un circuito autonomo, capace di svilupparsi a livello mondiale?
"Oggigiorno, il progetto del Guggenheim ha i pregi di affrontare simultaneamente il problema degli spazi espositivi nei musei d'arte contemporanea e la questione dell'internazionalizzazione della cultura. L'autonomia è comunque assai relativa: i musei di Las Vegas, Bilbao e Berlino sono partnerships con altri enti pubblici e privati, e il programma espositivo non esclude affatto collaborazioni esterne".

Trovo particolarmente interessante che si sia realizzato a Las Vegas il Guggenheim Hermitage Museum, in collaborazione con il Museo di Stato dell'Hermitage di San Pietroburgo. L'arte riesce dunque a trovare occasioni di incontro anche al di là delle barriere politiche e ideologiche? Quali progetti nasceranno da questa collaborazione?
"La collaborazione fra il Guggenheim e l'Hermitage è incentrata sulla condivisione delle collezioni e delle opportunità progettuali, e di questo il Guggenheim Hermitage di Las Vegas è solo un elemento".

L'organizzazione museale e la creazione di eventi artistici è sempre più legata a necessità di marketing. Quale pensa che debba essere il giusto rapporto tra arte e mercato, identità curatoriale e sponsorizzazione economica?
"Il museo agisce sempre in autonomia dal mercato. Ma le sue scelte possono avere, anzi inevitabilmente hanno, un impatto sui valori con cui si scambiano le opere d'arte nel mercato stesso. È per questo che le scelte del museo sono fatte sempre con un'accuratezza particolare. Spesso il museo gode della collaborazione delle gallerie per recuperare prestiti, fare ricerche e qualche volta avere qualche aiuto economico. Ciò non compromette tuttavia la libertà con cui il museo compie le proprie scelte culturali. La stessa cosa si può dire degli sponsor".

L'arte mantiene ancora una propria specificità nei confronti dei linguaggi visuali dell'industria mass-mediatica?
"Sì. Bisogna tenere presente la differenza fra i musei d'arte e i mega-fenonemi della cultura, come la musica Pop, il cinema e la televisione, tutti spinti da scopi di lucro e appunto effetti di mass communication, non condivisi dalla ricerca e dalla conservazione dei beni artistici".

Alle Scuderie del Quirinale a Roma si è inaugurata Capolavori del Guggenheim: il grande collezionismo da Renoir a Warhol, con opere provenienti dal Guggenheim di New York, Venezia e Bilbao. Come valuta questa collaborazione tra le principali sedi della Fondazione e ritiene che potrà ripresentarsi anche in seguito?
"La formula espositiva 'capolavori da...a...' ha sempre avuto un grande successo di pubblico (premesso che si tratta comunque di veri e propri capolavori) e quindi il museo ampiamente raggiunge i suoi obiettivi quando centinaia di migliaia di persone vedono, godono, imparano e si esaltano davanti alle opere d'arte in sua tutela. Rende appariscente inoltre uno dei benefici del museo pluricentrico: l'accesso a grandi e diverse risorse artistiche".

Il progetto pilota "A scuola di Guggenheim" -ideato e curato da Elena Ciresola per la SSIS Veneto, con la consulenza di Luca Massimo Barbero- ha promosso incontri formativi con docenti delle scuole del Veneto, per definire itinerari didattici in Collezione sull'arte del Novecento. Ritiene che un'istituzione museale debba anche promuovere un aggiornamento culturale attivo, nei riguardi del proprio territorio di riferimento?
"Senz'altro, ed è forse fra le cose più importanti: la missione della Fondazione prevede esattamente questi interventi proattivi a favore della cultura visiva. E poi un museo ha un dovere nei confronti della propria comunità".

Avete dei programmi specifici in occasione della prossima Biennale d'Arte Contemporanea di Venezia?
"Il 4 giugno inauguriamo due mostre. La prima è una raccolta di oltre cinquanta opere su carta di Jackson Pollock: si tratta di una mostra organizzata dal Museo Solomon R. Guggenheim di New York, proveniente dal Deutsche Guggenheim di Berlino. In secondo luogo, una selezione di oltre quaranta opere dalla collezione berlinese di Ulla e Heiner Pietzsch, porterà a Venezia una serie di tele surrealiste (Magritte, Tanguy, Ernst, Miró, e altri) e una ventina di opere su carta degli Espressionisti Astratti americani (Newman, Rothko, de Kooning, Hofmann etc.), che costituiranno un contesto completo per le opere di Pollock. Una settimana dopo, la Collezione -assieme al Museo Solomon R. Guggenheim- sarà impegnata per il Padiglione USA della Biennale, con quadri di Ed Ruscha sotto la curatela di Linda Norden, del Fogg Art Museum. Inoltre, all'8 ottobre, ospiteremo Himalaya's Sister's Living Room, un'opera complessa di Pipilotti Rist (che, insieme ad altri artisti, rappresenta la Svizzera alla Biennale di quest'anno), donata recentemente al Museo Solomon R. Guggenheim di New York da Tony e Heather Podesta. Da Brancusi a Pollock, fino a Rist: quest'anno il nostro programma spazia dal moderno al classico, al vero cutting edge".

Carlo Piemonti

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