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Juliet Anno 21 Numero 118 estate 2004



Villa Manin porta d'oriente

Carlo Piemonti



Art magazine
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GIUSEPPE GABELLONE Untitled, 1999 Chromogenic development print - 59 3/8 x 96 1/8 in. (150.8 x 244.2 cm) Collection Muse

MAURIZIO CATTELAN Felix, 2001 Oil on polyvinyl resin and fiberglass - 26 x 6 x 20 ft. (7.9 x 1.8 x 6.1 m) Collection Mus

ARA KRUGER Untitled (We construct the chorus of missing persons), 1983 Gelatin silver mural prints with painted artist’s

Villa Manin di Passariano
(Udine), scenografica architettura barocca friulana e antica residenza dogale, ospita ora il neo-costituito Centro d'Arte Contemporanea, affidato alla direzione artistica di Francesco Bonami -Senior Manilow Curator del Museum of Contemporary Art di Chicago- con la curatela della giovane studiosa triestina Sarah Cosulich Canarutto, che ha gia' maturato esperienze internazionali alla Tate Gallery di Londra e al Museo Ebraico di Berlino. L'intento è di oltrepassare l'asfittica logica dell'istituzione espositiva come mero ''contenitore'' di eventi artistici, affinche' Villa Manin -come ha sottolineato l'Assessore Regionale all'Istruzione e alla Cultura Roberto Antonaz- divenga luogo di produzione culturale in grado di ''aprire'' il Friuli-Venezia Giulia all'arte contemporanea, portandolo a dialogare con prestigiose istituzioni museali di livello internazionale e con gli artisti maggiormente rappresentativi, connettendo le particolarita' locali in itinerari trans-nazionali. L'ambizioso proposito tenderebbe a rendere il Centro un vero nucleo propulsore, capace di coinvolgere un pubblico ancora poco avvezzo ai linguaggi dell'arte attuale, organizzando seminari, workshop e ponendo attenzione ai percorsi didattici per interagire con il mondo della scuola. Si prospetta dunque una programmazione espositiva annuale che dovrebbe
strutturarsi organicamente su piu' livelli, sia importando periodicamente (come e' gia' avvenuto) alcuni capolavori delle collezioni dei principali musei d'arte contemporanea di tutto il mondo,sia organizzando mostre itineranti, imperniate di volta in volta su alcuni nuclei concettuali caratterizzanti l'arte italiana, sia realizzando mostre tematiche collettive, con una specifica attenzione per il territorio che confina con il Friuli (Carinzia, Veneto, Slovenia, Croazia), che assume una peculiare rilevanza anche nell'ottica dell'attuale ampliamento dell'Unione Europea. Inoltre, per dare visibilita' alla produzione artistica locale, il progetto ''Spazio FVG'' proporra' una serie di esposizioni dedicate agli artisti operanti nel territorio, per esplorare le plurime forme espressive attualmente in atto in questa regione. La prima mostra personale ''Nero a Colori'' ha ospitato i dipinti astratti di Nata, che (memore del Color-Field Painting americano, del Tachisme europeo e dell'automatismo segnico surrealista) porta avanti coraggiosamente una ricerca incentrata sulla sintassi intrinseca al medium pittorico. Alla vernice del Centro d'Arte Contemporanea, hanno aperto i battenti le mostre ''Love/Hate. Da Magritte a Cattelan'', a cura di Francesco Bonami, e ''Vernice. Sentieri della Giovane Pittura Italiana'', curata da Bonami e Sarah Cosulich Canarutto, visibili al pubblico fino al 7 novembre. L'area verde antistante e' stata coinvolta attivamente con le ''sculture d'acqua'' di Jeppe Hein, che rimandano visualmente alla configurazione architettonica e durante l'evento multimediale ''Every/Body'' curato da Sabrina Zannier, evidenziando l'interazione diretta tra opera d'arte e spettatore in uno spazio di esperienza che si estenda anche oltre le sale espositive. ''Love/Hate'' presenta complessivamente ben quarantadue artisti, con una cinquantina di opere provenienti dalla collezione del Museo d'Arte Contemporanea di Chicago, appartenenti a un periodo compreso dal secondo dopoguerra ai giorni nostri (con la sola eccezione del quadro di Wilfredo Lam, del 1942). Per la prima volta in Italia, sono esposti ''Felix'' di Maurizio Cattelan e ''Rabbit'' di Jeff Koons. Si tratta di una rapida carrellata, che si dipana a volte arduamente nel ''cozzare'' di opere attigue nell'allestimento, ma appartenenti a sensibilita' eteroclite: il surrealismo magrittiano, il decadente simbolismo di Balthus, l'asettico minimalismo di Andre e Judd, l'astrazione formale delle stampe fotografiche di Bernd & Hilla Becher o di Andreas Gursky e, per converso, le baluginanti icone pop di Mariko Mori, i veloci scatti sulle inquiete dimensioni esistenziali proposte da Larry Clark, i sapienti travestimenti identitari pseudo-stereotipizzati di Cindy Sherman. Ben rappresentati i dioscuri Koons e Cattelan. Il primo con una serie di opere che testimoniano come la sua ricerca ''neo-pop'' giunga alla ri-codificazione dell'oggetto di consumo, banale o kitsch, che l'artista ri-propone in altri materiali (bronzo, porcellana, acciaio, etc.) o congiuntamente ad elementi che ne modificano la fruizione usuale. Non e' tanto nel ricorso a ready-made piu' o meno rettificati, ma principalmente nella traduzione tecnica che Koons provoca una trasposizione linguistica del prototipo o meglio una traslitterazione di significanti, come a suo tempo Jasper Johns con la bandiera americana dipinta ad encausto o le lattine di birra fuse nel bronzo. L'oggetto in ogni caso diventa rappresentazione di se stesso. Osservando il ''coniglio'' di Jeff Koons, trascritto in una lucente fusione in acciaio inox, quello che colpisce e' proprio la solidita' materiale di cio' che inizialmente appare un palloncino gonfiabile; la sua resa piu' che l'iconografia formalizzata nella scultura.Differente lo spiazzamento prodotto dal gigantesco ''Felix'' di Cattelan, che simula lo scheletro di un ''gatto'' reinventato in scala enormemente ingrandita, come si trattasse di un dinosauro. Ironico e consapevole riferimento al gigantismo cinematografico, alla comunicazione ridondante e ipertrofica della societa' dell'immagine… Ma a sorprendere l'ignaro spettatore questa volta e' il soggetto: dinanzi al fossile di un mammut, tutto rientrerebbe nella norma. La traduzione oggettiva e' impiegata per visualizzare esplicitamente il prototipo di riferimento, fino a illudere che esso sia reale e non una stralunata rappresentazione.
Nell'esposizione ''Vernice. Sentieri della giovane pittura italiana'', le opere di 24 artisti compongono una panoramica diversificata sulle trasformazioni che il linguaggio pittorico ha subito con l'influsso delle nuove tecnologie. Molta la pittura che rimanda, sotto diversi aspetti, alle immagini fotografiche o virtuali (Ariatti, Campanini, Chiesi, Cuoghi, Galliano, La Rocca Pancrazzi, Pietrella, Presicce, Restano, Rossi), particolarmente suadenti le atmosfere fiabesche di Marco Boggio Sella, le manipolazioni urbane di Paolo Ferluga -tra reality e fiction- le enigmatiche presenze evocate da Margherita Manzelli.Il duo Marotta & Russo, che ha realizzato una wall-installation appositamente per lo spazio espositivo, approda a una scenografica pittorialita' partendo da speculazioni inerenti alle nuove tecnologie digitali. Le schermate delle pagine web piu' visitate, spogliate del testo, esemplificano nella loro rielaborazione non solo un ''mezzo'', quanto l'habitus mentale dell'uomo contemporaneo, estendendosi alla complessita' antropologica e linguistica dell'habitatio post-moderno.

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