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Juliet Anno 20 Numero 104 ottobre 2001



Jacques Derrida

Maria Grazia Torri



Art magazine
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Da http://www.grandtour.undo.net Karen Kilimnik dalla mostra

Da http://www.grandtour.undo.net Felix Gonzalez Torres in "il dono" Palazzo delle Papesse Siena

Da http://www.grandtour.undo.net Georgina Starr dalla mostra "il dono" Palazzo delle Papesse Siena

Che cosa e' il dono e come si definisce l'etica del donare?
- Il dono non è determinante per la coscienza del donatore. Non si dona neanche con riconoscenza. Se c'è la coscienza del dono esso è già un commercio. Se il dono appare come dono non è più dono. Ogni dono che facciamo è naturalmente legato all'intenzione di donare e all'attesa della restituzione, dunque al circolo del dare e dell'avere: ma se tutto si riducesse a quest'unico legame, non ci sarebbe alcun dono. Il dono, se c'è, dev'essere slegato dal circolo e anche dal calcolo. Come il tabacco, il dono, per essere un dono, deve andare in fumo. Il dono se c'è è inconfessabile. Il dono è qualcosa di paradossale che si distrugge nel momento stesso in cui si riconosce. Ma lo si riconosce perché altrimenti non si potrebbe parlare di dono. Non se ne potrebbe parlare. La figura del dono non può essere analizzata dall'etica aporetica. L'aporia blocca il passaggio. La figura dell'aporia è quella dell' empasse. IL DONO è PER DONARE. Non è una responsabilità né una decisione. Plotino diceva: "La generosità non è una ragione per donare". Difatti la decisione non è passiva. Accade invece qualcosa di simile nelle società arcaiche, nelle società del mito, dove l'ospitalità era incondizionata. Era incondizionata perché il visitatore era inatteso. Questo non potrà più accadere oggi, là dove vige la politica del diritto.

Che cosa cambia in questa situazione?
- Capita che anche le politiche più generose dell'immigrazione sono politiche comunque condizionate. Costituiscono un'ALLEANZA DENTRO LA SINGOLARITÀ. Si rifanno alla tradizione teologica di sovranità. Ma per parlare di questo devo parlare prima di responsabilità con riferimento all'aporia.

Ma la filosofia ha una responsabilità, responsabilità e filosofia sono compatibili?
- La responsabilità del filosofo fuori e dentro le istituzioni è esibizione dell'aporia. Già nel rispondere a qualcuno ci si assume un atto di responsabilità. Se dico -sì- parlo e parlando, rispondo. La prima responsabilità che mi prendo è quella di rispondere. La tradizione filosofica invece parla di libertà. La filosofia si dice libera. Non so se abbia una responsabilità specifica. Non credo. La responsabilità, oggi, è una competenza. Può essere medica, filosofica, ingegneristica. Il filosofo professionale è responsabile. Ma la questione filosofica iniziale è COS'È, cioè riguarda la verità della cosa in oggetto.
La scienza ha la responsabilità di dire COS'È nel modo più vero e chiaro possibile. Se si parla di OSPITALITÀ bisogna sapere cos'è l'ospitalità, bisogna ricordare a tutti la responsabilità di sapere di cosa parlano. Nella tradizione le facoltà superiori sono: il diritto, la medicina, la teologia. Le facoltà inferiori sono, invece, la storia, la filosofia, dove si può e si deve dire liberamente. Ma là c'è una LIMITAZIONE. Quella di dire la verità e di dirla dentro le istituzioni. Facciamo un esempio, ora del diritto internazionale. Anche la sicurezza, il diritto, le frontiere implicano una filosofia. Però, c'è una porosità delle frontiere che può descrivere solo la filosofia. È illimitata la responsabilità del filosofo dell'essere finito. Si tratta di un'aporia, di un paradosso.

A che cosa serve la filosofia, a chi serve la filosofia? Qual è il compito della filosofia?
- Il compito della filosofia, oggi, è quello della DECOSTRUZIONE. Perché la filosofia, oggi, è un sapere trasversale, dentro lo spazio sociale in generale, non è una competenza specifica. Ma questo significa riscoprire un compito ETICO che prevale su tutto il resto: estetica, logica, teoretica. La responsabilità della filosofia della DECOSTRUZIONE è l'origine della filosofia. Bisogna pensare la condizione della questione. DOV'È L'ESSERE, COS'È L'ESSERE, QUALE È L'ESSERE? Rispondere a queste domande significa significa decostruire la filosofia. Certo, in tutto questo, c'è un gioco di memoria e oblio. Blanchot diceva che la memoria dissimula ciò che rivela. L'OBLIO è un modo per conservare economicamente. Ricordare l'altro da me che è morto, rimarcare e guardare la memoria dell'altro perduto, interiorizzare e idealizzare. Nell'introiezione l'altro diviene me, nell'incorporazione l'altro è me. L'altro perciò è l'oblio. Se sono fedele all'altro come altro c'è l'oblio. Si oblia per chiamare l'altro. Più mi chiamo e più dimentico. La memoria esiste come oblio. Chi cerca la memoria cerca l'oblio. Perciò il dono è LIBERO solo se è dimenticato subito. Se il DONO È DONO DEVE CHIAMARSI OBLIO. Così l'ospitalità. L'OSPITALITÀ, PER ESSERE DAVVERO TALE, DEVE ESSERE OBLIOSA. Dimenticare che l'altro è straniero. Abbattere la soglia del diritto. Mi ricordo queste cose solo per dimenticarle. L'oblio attivo è un caposaldo di Nietzsche. Praticare l'oblio attivo è un atto di memoria reattiva. La pura memoria è negatività, mentre i doveri di memoria sono i doveri di oblio. Ecco perché bisogna affermare l'oblio.

Maria Grazia Torri

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