Attraversare le contingenze allargando le prospettive

27/03/2009
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Un Muzeu istoric pentru arta contemporana, la Sibiu


Per il progetto Ţuică sulla situazione artistica in Romania Eleonora Farina ha intervistato Liviana Dan, direttrice del Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo Nazionale Brukenthal a Sibiu, e Anca Mihulet, curatrice di questo spazio all'interno di una quadreria del XVIII secolo. Le due donne hanno dato vita a un situazione che cerca di "stressare" il conservatorismo di una cittadina borghese, e che si propone di rivalutare alcuni artisti romeni come di promuovere la ricerca dei giovani.
Sibiu è stata capitale della cultura nel 2007 e qui arriverà il CAA/CAA (Contemporary Art Archive / Center for Art Analysis) di Lia e Dan Perjovschi, questo si somma alle tre biennali esistenti nel Paese, all'avviarsi di nuovi spazi (come Pavilion Unicredit e diverse gallerie private) ed al successo internazionale di alcuni artisti romeni.
Si crea così, secondo Liviana ed Anca, una situazione di grandi potenzialità su basi incerte, assediata dalle logiche di mercato...



SOSka, Dreamers, 2008






SOSka, Dreamers, 2008






Peter Weiss, Lavender Fields, installazione, 2008






Sebastian Moldovan, Life on Mars, loop, 32'', 2008






Dada East, The Romanian of Cabaret Voltaire, 2007. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Gert e Uwe Tobias, If you build it, they will come, 2007. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Der gesichtslose Blick, collaborazione con Kunstraum Noe, Vienna 2007. Dettaglio dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Catching Passages, collaborazione con Casino Luxembourg e Kultur Fabrik, Lussemburgo 2007. Dettaglio dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Alexandru Mirutiu, Cry / The Eye of the Beholder, 2007. Courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Markus Luepertz, Zeichnungen, 2007. Courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Adrian Alecu, I Believe in Joy, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Gili Mocanu, Lea Raszovski e Sebastian Moldovan, Senza Titolo, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Olivia Mihaltianu, Rozalb de Mura, Anyone but me, anywhere but here, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Lucian Broscatean, Simptome nomade, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Ursula Oberhauser, TREIORITREI, 2008. Dettaglio dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Florin Mitroi, pictura, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Geta Bratescu, Faust, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Roxana Ionescu, Air Comfort, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Essi Utrainien, Johanna Zey, Paul Huf, To Samuel with Love, 2008. Panoramica dell'esposizione, courtesy The National Brukenthal Museum Sibiu






Intervista a Liviana Dan e Anca Mihuleţ
Direttrice la prima e Curatrice la seconda presso il Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo Nazionale Brukenthal di Sibiu

A cura di Eleonora Farina

Quando avete aperto questo spazio e soprattutto perché? Com’è stato inaugurare un project space all’interno di un museo storico e storicizzato quale il Brukenthal? E’ per questo che vi trovate in una sede distaccata e non siete rappresentati sul sito internet del museo?

Liviana Dan:
In qualità di curatrice presso un museo, sono sempre stata colpita dalle mostre di arte contemporanea organizzate al Met (The Metropolitan Museum of Art - New York, n.d.s.) o dal modo in cui Peter Noever ha cambiato il programma del vecchio MAK (Austrian Museum for Applied Art / Contemporary Art - Vienna, n.d.s.), tramutandolo in un puro concept di arte contemporanea. E poiché in un museo classico ci sono strumenti intelligenti per dissimulare le cose e poiché in un museo classico l’arte contemporanea può causare numerosi danni, ho provato l’impossibile con Arnulf Rainer (1929) e Hanne Darboven (1941-2009), mostre con un topic abbagliante; “Esprit de Finese +”, “Esprit de Finese –“, “In full Dress”, o posizioni radicali dell’arte contemporanea romena come Perjovschi (1961) e Gorzo (1975).
Ho sondato il museo con due progetti: “An artist, a day in the Brukenthal Palace” - un progetto di successo per Sebastian Moldovan (1982) e un grande scandalo nel caso di Sorin Tara (1975) - e “Artist’s Choice”, in cui un artista con un background di teorico è stato invitato a realizzare un’esposizione personale nella collezione del museo.
Ma al momento in cui le tensioni tra il museo e queste modalità di presentare il contemporaneo sono divenute più intense, ho dovuto spostare il mio programma curatoriale in questo spazio per l’arte contemporanea, appartenente al museo ma lontano da esso. E ci vorrà un po’ di tempo affinché il museo si identifichi con questo spazio e con questo programma.
Forse a quel punto l’immagine dell’arte contemporanea sarà presente sul sito web del museo. L’assimilare a distanza produce ovunque problemi.

Anca Mihuleţ: E’ molto stimolante lavorare quale curatrice in una galleria per l’arte contemporanea di un museo del XVIII secolo, dovendo rispettare le severe regole del museo e nello stesso tempo dovendo improvvisare molto.
La parte bella in questo “gioco” è che ogni anno iniziamo diversi progetti connessi con il concetto del Brukenthal, in questo senso rimanendo molto coerenti con la storia del luogo – nel 2007 “If you build it, they will come” con Gert e Uwe Tobias (1973); nel 2008 un programma di residenza con sei artisti dalla Germania composto da due parti, “TREIORITREI” e “To Samuel with love”; e nel 2009 una residenza organizzata in collaborazione con l’accademia d’arte di Ginevra, che punta a ‘stressare’ lo stile avanguardista del Brukenthal.
A parte questo, lo statuto sarebbe stato più visibile e più forte se fossimo stati autorizzati ad esporre arte contemporanea nel palazzo stesso. Il pubblico non ha molta familiarità con i nuovi mezzi di espressione, e mettere in relazione l’arte dei vecchi maestri con le ultime tendenze avrebbe avuto un maggiore impatto. Per me è abbastanza triste vedere che nella maggior parte dei momenti storici l’arte contemporanea è la “pecora nera” del pensare contemporaneo… quando invece è più semplice affrontare questa che l’arte vecchia di tre secoli.
Da quando ho iniziato a lavorare con l’arte contemporanea un po’ di anni fa, il mio primo obiettivo è stato quello di scoprire artisti della mia generazione (soprattutto nati negli anni '80), che non sono molto conosciuti ma hanno argomenti forti e differenti, sono orientati ai new media, hanno voglia di cogliere le opportunità dell’arte e di espandere i loro interessi il più possibile.
Il mio scopo è stato quello di lavorare costantemente con tre o quattro artisti romeni, come Olivia Mihălţianu (1981, che vive a Bucarest), Sebastian Moldovan (che vive a Sibiu), Adrian Matei (1985, che vive a Cluj) o Adrian Alecu (1972, che vive ad Amburgo), e poi connetterli con altri artisti che vengono da altre nazioni e hanno differenti background, come Adrien Tirtiaux (1980, che vive a Vienna) o il SOSka group (che vive ad Harkov).
Questi approcci freschi sono i più interessanti, perché artisti come quelli sopra menzionati non hanno ancora provato la pressione del sistema artistico o delle istituzioni d’arte, sono radicali, sono veramente coinvolti personalmente, sono pieni di iniziativa e gli piace affrontare “rischi concettuali”.

Cosa significa lavorare in una piccola cittadina come Sibiu che, come voi stesse affermate, è un po’ conservatrice e soprattutto non ha un’università delle arti? Quali sono le sue caratteristiche, in positivo e in negativo?
E’ cambiato qualcosa con l’ingresso della Romania nella EU in termini di ricezione dell’arte contemporanea? A causa o grazie alla sua influenza tedesca, Sibiu è la città meno ‘romena’ in Romania...


Liviana: Le piccole città conservatrici, senza università d’arte, musei e altre istituzioni culturali funzionano esclusivamente sulla variante “arte alta con un potere evidente”. Ma nel 2007 Sibiu è diventata Capitale Culturale d’Europa. E da quel momento molte cose sono cambiate. L’interesse culturale non è stato ideologicamente definito con precisione.
Le strategie sono diventate più flessibili. Il potere persuasivo è stato trasformato in un potere individuale. E in grande misura la salvezza è venuta dalle arti contemporanee e dalla competente indipendenza di chi le pratica.
L’arte contemporanea può essere attuata solamente attraverso l’arte. Il confronto è stato mantenuto su un livello internazionale. La città trova il suo stile nell’azione, perché stiamo sperimentando un revival urbano e cercando di sviluppare un nuovo tipo di prospettiva visuale.

Anca: Nonostante Sibiu sia una piccola città conservatrice, ha sviluppato in modo alternativo, un lato cosmopolita; grazie agli stranieri che scelgono di vivere e lavorare qui, grazie al grande numero di turisti che visitano Sibiu ogni anno e a seguito dei legami politici romeno-tedeschi, che sono stati una costante sin dall’inizio dei tempi moderni. Sfortunatamente i rapidi e qualche volta aggressivi cambiamenti politici non hanno previsto una base per gli studi umanistici a Sibiu.
La struttura sociale era stata preparata per tale progetto fin dall’inizio, ma la mancanza di stabilità non ha permesso l’emergere di un’università d’arte qui.
All’inizio del 2007, quando ho cominciato a lavorare con Liviana a “Contemporary Exhibiting 1” alla Galleria d’Arte Contemporanea del Museo Brukenthal, ero molto eccitata del successo delle nostre mostre, dal grande numero di persone che venivano a visitarle, dalle reazioni della stampa.
Nel 2008, quando continuammo il nostro progetto, le cose cambiarono – non così tanti visitatori e non così tante reazioni positive. La ragione certamente era nel budget.
Nel 2007 avevamo un grande budget che ci permetteva di stabilire connessioni con differenti strutture, istituzioni, persone, eravamo in grado di prenderci delle responsabilità e di impegnarci in diverse collaborazioni.
Nel 2008 lavorammo con ‘budget 0’. E al fine di riuscire a imporre l’arte contemporanea come una parte sostenibile della vita sociale, bisogna creare l’infrastruttura. Il know-how non è sufficiente.

Quali sono i vostri rapporti con le altre istituzioni del Paese (musei, associazioni non profit, gallerie etc…)? C’è un network di collaborazione, soprattutto con il MNAC (Museo Nazionale d’Arte Contemporanea) di Bucarest - l’unico museo nazionale di arte contemporanea - oppure ognuno va avanti per conto proprio?

Liviana: Lavoro in uno spazio che ha bisogno di credibilità da parte dell’istituzione alla quale esso stesso appartiene, il museo. Quindi uno dei nostri obiettivi è di creare fiducia attraverso un processo di ricerca, di dialogo e di informazione. In questo contesto le relazioni e il successo non sono le necessità primarie. Il concettualismo non deriva dalle idee, ma dai fatti della vita. Vuoi l’arte sul tuo territorio, così pensi che è meglio fare qualcosa di importante. Non vuoi un bell’isolamento, non vuoi la neutralità.
Ti imponi di essere radicale, ti arroghi il potere di essere restrittivo, la volontà di usare un'immaginare estremo, di aprire su altri spazi. Si vuole valore, ma si ha bisogno anche di soldi. Bisogna trovare dei partner per le discussioni teoriche, ma si cerca di presentare gli attori più seri e pragmatici possibile: gallerie, musei, spazi alternativi. Le collaborazioni sono democratiche… perché la democrazia è più bella.

Anca: Negli ultimi due anni abbiamo sviluppato buone partnership con le università d’arte di Cluj e di Bucarest. E ogni anno cerchiamo di lavorare con una galleria commerciale in Romania e di portare avanti un progetto con uno dei loro artisti (nel 2008 abbiamo collaborato con H’art gallery di Bucarest, poi nel 2009 con la Galeria Posibilă sempre di Bucarest). Ma non siamo stati capaci di stabilire una collaborazione “uno-a-uno” con nessuna istituzione.
Soprattutto perché ogni istituzione culturale in Romania ha il proprio interesse, ci sono solo poche basi comuni. Certamente, nell’arte contemporanea si devono stabilire relazioni molto basic, da persona a persona – un’istituzione non si può imporre su un’altra istituzione; le cose sono troppo sensibili.
Ma è estremamente importante che chi fa politica culturale pensi prima su una base locale e regionale e poi diventi internazionale.

Parliamo dell’arte che esponete: pittura (ad esempio la personale che ho visto di Marius Bercea) ma soprattutto tanti new media. Qual è il programma curatoriale del museo? Quali sono gli artisti che prediligete?

Liviana: Il museo Brukenthal è una galleria di pittura. E i nostri progetti sono stati orientati verso la pittura alcune volte. Ma la pittura non è stata ridotta solo a certi elementi… a regolamenti o a una manciata di convezioni, a predilezioni visuali o a una logica interna.
La pittura ci ha aiutato a chiarire la relazione con l’immagine; importante è stato il risultato e non la “sentenza” artistica.
La pittura può rappresentare qualcosa senza alla fine cadere nel formalismo della sua stessa condizione e senza perdere l’immanenza della sua stessa riflessione. Ma la luminosità tecnica della pittura non è stata bloccata dal nostro concetto curatoriale, aperto allo sperimentare e a strategie trasparenti.
In situazioni come questa, le preferenze devono rimanere segrete.

Anca: Come diceva Martha Roesler: una volta che entri nel discorso della pittura, sei già fuori dal pianeta. Io non ho una buona relazione con la pittura, soprattutto perché questa lascia un falso sapore di potere e di confort. E la vita-dopo della pittura è così autistica… Mi piace quando gli artisti che lavorano con i new media fanno uso della pittura e cercano di trasformarla, di scoprire altri aspetti che sono dietro la pura immagine. Alla fine, non si possono separare i diversi medium, sarebbe troppo egoista.
Ogni anno il progetto per la Galleria d’Arte Contemporanea del Museo Brukenthal, che si intitola “Contemporary Exhibiting”, è stato estremamente coerente. Abbiamo cercato di promuovere giovani artisti che vengono da Sibiu (Roxana Ionescu -1978-, Alexandru Miruţiu -1981-, Mihai Zgondoiu -1982), o artisti romeni che vivono all’Estero (Gert e Uwe Tobias, Miron Schmueckle -1966-, Ulrike Ettinger -1967).
Abbiamo organizzato mostre di artisti romeni della vecchia generazione che non avevano avuto la possibilità di presentare i loro lavori in Romania (Sever Săsărman -1930), o abbiamo cercato di creare nuovi concept per artisti che sono stati attivi negli anni Settanta o Ottanta (Geta Brătescu -1926-, Florin Mitroi -1938-2002-). Una buona esperienza è stata la residenza artistica ad Avrig, nel palazzo estivo di Samuel von Brukenthal, dove più di trenta artisti hanno sviluppato nuovi lavori negli ultimi due anni.
Parte importante della nostra struttura sono i progetti concettuali, quando lavoriamo direttamente con giovani artisti su alcuni temi specifici (Olivia Mihălţianu, Sebastian Moldovan, Lea Raszovski -1986-, gli studenti delle università d’arte di Bucarest e di Cluj).

Pensate che la preferenza accordata dalla maggioranza degli artisti romeni al medium pittorico sia dovuta agli insegnamenti (spesso tradizionali) che vengono impartiti nelle accademie del Paese?
Cosa ne dite della formazione artistica in Romania? Ho notato che diversi pittori fanno uso di colori molto accesi. C’è una relazione con l’uso dei colori tipico della tradizione romena o è invece una scelta personale?


Liviana: Mi piace pensare che le accademie d’arte in Romania siano più moderne di quello che appaiono. La pittura persiste perché nel XX secolo l’arte venne dedicata ai musei e i musei preferiscono la pittura. La pittura persiste anche a causa del mercato artistico. I collezionisti amano la pittura. Quando si valuta la pittura dal punto di vista finanziario, si svaluta la natura delle altre tipologie d’arte. Ma la cultura visuale non può essere dominata dall’immagine pittorica.
La pittura come medium, come pratica, come esperienza visuale non può rimanere un business. Non si può per sempre incrementare il numero dei visitatori e la soddisfazione di quelli con le tasche piene di contanti. La pittura ha bisogno della chiarezza del concetto.
Le moderne università devono portare messaggi moderni.

Anca: L’educazione alle arti ha sempre rappresentato un grande problema – si può scegliere di essere d’accordo con il sistema o di reagire contro il sistema. Secondo me alcuni dei più interessanti artisti sono esattamente quelli che hanno rotto le convenzioni delle scuole precedenti e hanno cercato di creare un loro proprio linguaggio. Certamente è una strada difficile quella di non essere un bravo ragazzo...
Le scuole d’arte non dovrebbero presentare un grande programma educazionale; dovrebbero invece fornire esperienze, situazioni interessanti. Le università d’arte dovrebbero essere delle macchine creative. Un buon esempio è il progetto che stiamo sviluppando con la scuola d’arte di Ginevra, che ho ricordato prima. Katharina Hohmann, la coordinatrice del dipartimento di arti visuali, sta facendo un lavoro sul campo con i suoi studenti – trova spazi diversi dove poter lavorare in modo differente, visita gli studi degli artisti, porta gli studenti faccia-a-faccia con altri artisti. La scuola d’arte oggi deve fare delle scelte, non insegnare solo le tecniche.

Un po’ come la “Scuola di Lipzia” ormai anche per l’università di Cluj-Napoca si parla di vera e propria scuola. Ma è vero? Nascerà un nuovo modo di dipingere à la cluj? Verso dove sta portando la sperimentazione in atto in quella città?

Liviana: Poiché sono di formazione tedesca e poiché sono stata fortemente influenzata dalla “Scuola di Pittura di Lipzia”, sono stata favorevole alla “Scuola di Pittura di Cluj” sin dall’inizio. Ho avuto la sensazione che si potesse costruire positivamente una struttura visuale, che si potesse intuire la modernità di un approccio visuale.
Avevo la sensazione che il discorso filosofico “la pittura intuitiva è sempre la migliore strada da seguire” rappresentasse una buona lezione di trasparenza, sostenuta teoricamente.
Oggi l’espressione “La Scuola di Pittura di Cluj” è diventata tossica. Non si sa quando è positiva o quanto è negativa nel suo utilizzo. Non si sa cosa rappresenta… l’edificio, l’art market, un trofeo, un concetto, un business. Non si capisce chi la sta usando in un modo buono e chi in uno cattivo. Ma una ricerca precisa ed esaustiva stabilirà se questa espressione è solo un gioco arrogante, un orgoglio pragmatico o invece qualcosa di realmente esistente.

Anca: La “Scuola di Pittura di Cluj” è solo un a un click a distanza. Nel momento in cui gli artisti, le gallerie che se ne occupano e l’Università d’Arte di Cluj decideranno di avviare questo meccanismo, ci sarà una scuola di pittura.
Ma penso che ci siano molte cose che devono essere fatte prima, iniziando dalla teoria e dalla motivazione alle spalle. Si deve trovare il giusto momento sociale e politico per lanciarla, e anche il giusto posto… di nuovo, è un fatto di strategia e di scelta.

Quanto influisce il mercato, non tanto direttamente sulle vostre scelte curatoriali, quanto sul modo di vedere degli artisti, soprattutto quelli più giovani?
Pensate che la pittura sia un mezzo semplice e veloce per fare soldi e per affermarsi sulla scena nazionale e internazionale (ed è questa la motivazione per la quale molti giovani la scelgono)?


Liviana: Nell’ultimo anno il mercato dell’arte ha infettato la percezione artistica e ha dato luogo a reazioni sbagliate. E’ vero che le aste, le fiere d’arte, le gallerie oscure e i collezionisti mercenari hanno rimpiazzato la visione artistica con i soldi, hanno rimpiazzato l’arte con il prezzo dell'arte che vendono bene e l’artista con il brand.
E’ divertente sentire artisti vantarsi del numero di lavori venduti, delle collezioni nelle quali stanno o del loro rate. Non c’è da stupirsi se dicono che il mercantilismo di Warhol sembra uno stand di limonate a una fiera di primavera rispetto a quello che sta succedendo oggi nel mondo dell’arte.
Sempre più gli artisti dimenticano concetti e fanno solo soldi. Non mi è chiaro se in queste carriere commerciali, è la pittura che sta usando loro, perché è più semplice da vendere o perché gli artisti dipingono se stessi…

Anca:
Dobbiamo affrontarlo – al giorno d’oggi il mercato rappresenta la forza trainante nel mondo dell’arte. Se sei nel mercato, esisti… E questa non è una condizione molto confortevole per curatori e teorici d’arte.
Le cose hanno bisogno di essere chiarite nuovamente, altrimenti la qualità nelle arti scomparirà e i migliori artisti saranno quelli che hanno una strategia migliore e non un migliore status. La pittura è sempre stata la via più veloce di fare soldi, perché è semplice da controllare. Con un buon concept curatoriale e una galleria motivata un pittore può diventare una star in una notte.

Molti interessanti artisti romeni studiano all’estero e difficilmente fanno ritorno a casa. Come pensate che i futuri artisti possano affrontare la ‘concorrenza’ straniera? Vengono supportati dalle Istituzioni? La Romania è una realtà ben identificabile o invece si trova ancora nel grande calderone dei “Paesi dell’Est Europa”?

Liviana: La Romania e la realtà che la circonda sono identità chiare, anche se non ci si può sempre vantare di ciò. E non importa dove studiano, lavorano o vivono: gli artisti più interessanti sono quelli che non cadono nel concetto “dall’Est Europa”. Sarebbe l’ideale essere un artista internazionale, ma è anche importante rappresentare il proprio Paese.

Anca: E’ importante, per i giovani artisti, identificarsi con il posto dal quale vengono e poi aprirsi e diventare internazionali. Dovrebbero avere anche un supporto dalle istituzioni, ma questo non è sempre una regola. Ci vorranno almeno cinquant’anni affinché qui l’arte diventi parte di una pratica quotidiana e si articoli agevolmente con un sistema definito (come in Germania oggi). L’Europa dell’Est è qualcosa di speciale, ha una propria tempistica e un proprio modo di fare le cose.
Le persone hanno reazioni inaspettate e sono emotivamente molto coinvolte. Questo perché nella maggior parte dei casi l’arte interessante è sommersa; la puoi trovare dove meno te lo aspetti perché le normali procedure non funzionano. Bisogna sempre fare una profonda ricerca per scoprire le tracce e le situazioni e quindi identificare un fenomeno artistico.

Che ruolo hanno ricoperto le nuove tecnologie nella storia dell’arte romena (so che ci sono stati esempi importanti di arte concettuale negli anni '70 che non si riferivano semplicemente al culto del dittatore) e quale ruolo ricoprono oggi?
Erano tentativi additati come sovversivi o invece parte di un panorama multiforme dell’arte di quei tempi? Proprio qualche tempo fa ho visitato la mostra “1,2,3…Avant-Gardes” al Centrul de Introspectie Vizuala di Bucarest sull’avanguardia video degli anni '70 in Polonia. Qualcosa di simile è riscontrabile in Romania?


Liviana: Credo che solo un po’ dell’arte degli anni Settanta si riferisca all’ideologia, al culto dei personaggi politici… solo pochi artisti hanno interpretato questo motivo. Altri, intuendone il rischio, hanno rifiutato onestamente. Intorno a loro, il mondo era tragico e grottesco. Artisti - come Mihai Olos (1940), Andrei Cădere (1934-1978), Ana Lupaş (1940), Paul Neagu (1938), Stefan Bertalan (1930), Peter Iacobi (1935), Geta Brătescu - dovettero assumere una posizione precisa, un formula elegantemente dissimulata.
I criteri estetici oltrepassarono l’esperienza e le delimitazioni pragmatiche. Il paradigma visuale portò radicalismo, sperimentalismo, azioni drammatiche. Il brutto è quello che si conserva oggi, che rimane sempre più fermo invece di svilupparsi…

Anca: Penso che negli anni Settanta l’approccio artistico in Romania fosse abbastanza conservatore. Ma la situazione divenne più evidente negli anni Ottanta, quando il regime comunista fu più severo. Tornando indietro, le performance giocarono il ruolo più importante: gli esperimenti dalla cantina del Museo di Farmacia (Sibiu 1986), della Biennale dei Giovani Artisti (Baia Mare 1988), e l’intervento del Gruppo dei Giovani Artisti da Oradea (1989).
Questi esperimenti oltrepassarono i limiti del visuale e si basarono su un’esperienza totalmente fisica, contrapponendosi costantemente a una società addormentata e alla minaccia del regime politico.

Cosa vi aspettate da questa nazione e dalla sua arte in futuro? Pensate che gli artisti romeni, grazie anche alle tre biennali che ora esistono nel Paese, possano trovare una loro posizione?
In Italia sta nascendo sempre più un interesse per l’arte romena, si veda per esempio la personale di Victor Man (1974) “On relative loneliness” alla GAMeC di Bergamo a cura di Alessandro Rabottini nel 2008...


Liviana: Al momento l’arte contemporanea romena sembra un’avventura incerta in un tempo vicino indefinito. Ma nonostante ciò io rimango ottimista. I musei iniziano a prendere il loro ruolo seriamente. Gli spazi alternativi diventano forti - Pavilion Unicredit (Bucarest), le gallerie, Plan B (Cluj), Andreiana Mihail (Bucarest), Ivan Gallery (Bucarest) - diventano più attente, le aste sono fatte correttamente (Artmark a Bucarest) i curatori iniziano progetti interessanti - Cosmin Costinaş (1982), Anca Mihuleţ, Ştefan Tiron (1976), Atilla Tordai (1970) - e sempre di più vengono scritti articoli sull’arte contemporanea.
Dan Perjovschi ha conquistato tutto quello che poteva conquistare nel mondo dell’arte; Victor Man è diventato parte della scuderia di Barbara Gladstone e ha imparato che la tranquillità è importante tanto quanto i suoni organizzati. Mircea Cantor concettualizza il luogo dal quale viene, senza lasciarsi costringere come individuo nella storia dell’arte o diventare rappresentante di una cultura. E l'elenco potrebbe proseguire.

Anca: La grande sfida nel mondo dell’arte dell’Europa dell’Est è che bisogna sempre ricominciare da capo, non essendo capaci di utilizzare quello che gli altri hanno fatto prima. Nel futuro la Romania non potrà diventare un centro per l’arte contemporanea, ma potrebbe diventare un centro di ispirazione.
Tutti i piani e i contesti che si mescolano tra loro, le strane prospettive visuali e l’intensa esperienza personale, possono offrire grande ispirazione agli artisti che vogliono rappresentare un cambiamento.
Non credo che le tre biennali che ci sono qui possano aiutare gli artisti romeni a trovare una posizione nella scena artistica; ma possono certamente attrarre specialisti d’arte, renderli curiosi circa il fatto che una così piccola nazione come la Romania abbia un così grande numero di eventi d’arte.

Un’ultima domanda: a Sibiu arriverà una parte del CAA/CAA (Contemporary Art Archive / Center for Art Analysis) di Lia Perjovschi, un archivio (1985-2007) di materiale storico, artistico, filosofico sulla realtà della Romania durante la dittatura nonché un ritrovo per intellettuali e critici del settore. Sarà un avvenimento positivo anche per la galleria? In che direzione vi state dirigendo ora?

Liviana: Dan e Lia Perjovschi sono entrambi nati a Sibiu… e ora stanno costruendo il loro studio e stanno portando il loro archivio qui. Dan e Lia Perjovschi hanno capito che uno spazio rappresenta una priorità categorica nel tempo. Il tempo passa semplicemente, ma gli spazi fissano l’immagine.
Perché lo spazio ha a che fare con la distanza e rappresenta una riserva di eternità, se è costruito correttamente. Questo spazio rappresenta un grande evento in generale, non solo per la Romania e non solo per Sibiu. Certamente la correttezza e l’integrità di un tale spazio influenzerà tutti i programmi intorno a questo.

Anca: L’esistenza dello studio di Dan e Lia Perjovschi introdurrà un nuovo tipo di istituzione a Sibiu – lo studio e l’archivio di due famosi artisti, un luogo per i dibattiti, per la ricerca, per lo scambio di idee – uno spazio per vivere, costruito non solo per l'attualità ma per il futuro. Questo spazio rifletterà la loro storia personale e le loro convinzioni e attrarrà un’intera schiera di specialisti e ricercatori. E Sibiu ha bisogno di questo tipo di spinta intellettuale…


NOTA: Alcune date di nascita e alcuni luoghi sono stati aggiunti dall’autrice, al fine di rendere una visione il più chiara possibile sulla realtà artistica della Romania in riferimento anche alla giovane età delle persone che lavorano al suo interno.



The Contemporary Art Department - The National Brukenthal Museum
Piaţa Mare 4-5, 550163 Sibiu (Romania)
Tel. 0040.(0)369.101783
www.brukenthalmuseum.ro
liviana@brukenthalmuseum.ro
anca@brukenthalmuseum.ro


Un muzeu istoric pentru arta contemporana, la Sibiu fa parte del progetto Ţuică sulla situazione artistica della Romania, a cura di Eleonora Farina in collaborazione con UnDo.Net.
Informazioni generali sul progetto Ţuică
Magazines featuring Ţuică: Revistă de artă din România (26/1/2009)
Argomenti feat. Ţuică: Paradisul al Suzanei Dan (9/2/2009)
2Video feat. Ţuică: Personalità (22/2/2009)
2Video feat. Ţuică: Collegando (1/3/2009)
Making Culture feat. Ţuică: Dan Popescu: un galerist romantic din Est (15/3/2009)

Eleonora Farina è laureata all'Università di Roma La Sapienza in storia dell'arte contemporanea. Ha curato il progetto di arte pubblica “Imperceptible Vision” con l'artista Marina Fulgeri. Dopo un anno di lavoro a Berlino, attualmente vive in Romania e lavora presso il Museo Nazionale d'Arte Contemporanea di Bucarest. Collabora con UnDo.Net e con la rivista “Arte e Critica”.



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